Blue Whale non è solo un gioco dietro vi è una organizzazione

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Blue Whale: forse ruolo guida dell’indagata, ma la polizia afferma: “Inchiesta agli inizi”. La giovane di Milano si configurerebbe come una potenziale curatrice, cioè una persona che “piloterebbe” chi decide di partecipare alla sfida prova dopo prova, fino all’ultima, il suicidio. Solo l’analisi dei computer dei ragazzi coinvolti, attualmente in corso anche per altri casi, potrà chiarire se è effettivamente così.

Avrebbe convinto una ragazzina di 12 anni a farsi dei tagli e poi a inviarle delle foto. Il tutto tramite Instagram, la piattaforma di proprietà di Facebook dedicata alle istantanee. Si tratta di una ventenne milanese che adesso è iscritta nel registro degli indagati per istigazione al suicidio, a seguito delle indagini della Polizia postale, coordinate dal pubblico ministero Cristian Barilli. Sul caso si sospetta un legame con Blue Whale, la sfida social che spingerebbe i ragazzi ad affrontare cinquanta prove estreme in cinquanta giorni, fino al suicidio. Ma fonti della polizia precisano a Repubblica che l’indagine è appena agli inizi.

La giovane di Milano si configurerebbe come una potenziale curatrice, cioè una persona che guiderebbe chi decide di partecipare alla sfida prova dopo prova. In questo caso impartiva ordini alla dodicenne, costringendola a compiere una serie di azioni, ed è stata individuata grazie alla segnalazione di una giornalista milanese.

Non è il primo episodio. Nelle scorse settimane anche un 16enne calabrese è finito sotto indagine per lo stesso motivo, mentre sui tavoli della Postale continuano ad arrivare segnalazioni. Sono circa 140 quelle su cui sono in corso delle verifiche. Eppure, fino ad oggi, in Italia non esistono prove che legano casi di suicidio a questa sorta di roulette russa. Allo stesso modo non ci sono elementi per stabilire se si tratta di un fenomeno emulativo o se dietro questi episodi ci sia una mente criminale che spinge i giovani a togliersi la vita. Solo l’analisi dei computer dei ragazzi, attualmente in corso, potrà chiarire questi aspetti.

Il primo a parlare di Blue Whale è stato Novaya Gazeta, quotidiano di Mosca fondato da Anna Politkovskaja, giornalista investigativa uccisa nel 2006. In un’inchiesta pubblicata a maggio dello scorso anno, il giornale collega almeno 80 delle 130 morti avvenute in Russia tra il novembre 2015 e l’aprile 2016 a delle comunità virtuali su VKontakte, l’equivalente di Facebook in Russia, dove i ragazzi verrebbero istigati a togliersi la vita. Il lavoro è stato duramente criticato e un’altra investigazione condotta da Radio Free Europe sostiene che non ci sia nessuna connessione provata tra i suicidi e le chat. Anche se uno dei primi di amministratori di questi gruppi, il 21enne Phillip Budeikin, è al momento in carcere. Secondo gli inquirenti di San Pietroburgo, avrebbe spinto 15 teenager in 10 diverse regioni russe a togliersi la vita tra il dicembre 2013 e il maggio 2016. Il processo, però, è ancora in corso.

A portare il fenomeno all’attenzione del pubblico italiano è stato un servizio de Le Iene. Peccato che in un’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano l’autore, Matteo Viviani, abbia ammesso di non aver fatto tutte le verifiche necessarie sui video mandati in onda. Scene cruente, mostrano giovani nel momento in cui decidono di togliersi la vita: vengono associate a Blue Whale, ma non lo sono. Si tratta di immagini, alcune delle quali girate persino in Cina, che non c’entrano nulla con la sfida social della morte. Dei punti pochi chiari dell’intera vicenda Repubblica ne ha parlato qualche settimana fa. Ciò non toglie che online ci siano gruppi che istigano all’autolesionismo e al suicidio, nati anche per via del clamore mediatico, per cui è utile prestare attenzione.

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