Riscaldamento globale ed innalzamento oceani, le città sott’acqua

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Climate change: da Shanghai a Venezia, le città che finiranno sott’acqua entro il 2050. Corretti con un nuovo modello di machine learning gli errori nei dati della Nasa sulle coste. Per l’Italia le previsioni variano di poco, ma l’autore del paper di Climate Central, Scott Kulp, avverte: il rischio attorno a Venezia è grave.

«Waterworld» esce dalla fantascienza o dalla scienza del futuro per diventare un pericolo imminente, molto più ravvicinato e devastante di quanto finora immaginato. Il mondo potrebbe apparire così al visitatore della Terra già nel 2050: il Vietnam del Sud sottacqua, con i suoi venti milioni di persone, un quarto della popolazione, e la città di Ho Chi Minh trasformata in una novella Atlantis. Sepolta dalla acque finirebbero in Cina la capitale economica Shanghai e 30 milioni di persone.

L’allarme del Climate central

L’inedito allarme e’ stato lanciato da un nuovo, ampio studio dell’organizzazione non profit americana Climate Central, che con tre anni di lavoro di ricerca usando accorgimenti d’avaguardia quali il machine learning ha ridisegnato radicalmente la mappa dell’impatto dell’effetto serra sull’innalzamento degli oceani e delle acque. Ha ricalcolato cioè molto più accuratamente il rapporto tra questi livelli e l’elevazione reale delle regioni costiere del pianeta, per l’esattezza di 135 paesi. Il risultato è scioccante e potrebbe avere drammatiche implicazioni umane, sociali ed economiche oltre che ambientali: la popolazione globale a grave rischio di finire in permanenza sotto l’alta marea è infatti tripla rispetto alle stime finora esistenti, 150 milioni di persone entro il 2050, poco piu’ di quarto di secolo da oggi, e sale 190 milioni entro fine secolo.

Questo anche utilizzando parametri moderati o conservatori, vale a dire immaginando che siano rispettati gli obiettivi di Parigi dell’Onu, ad oggi disattesi, di riduzione delle emissioni nocive di anidride carbonica. Uno scenario pessimistico di continue emissioni al ritmo attuale fa invece impennare la popolazione afflitta almeno da costanti inondazioni fino a 340 milioni nel 2050 e a 630 milioni a fine secolo. (Ecco l’intero studio appena pubblicato. Sui nuovi dati e variabili Climate Central ha costruito una mappa interattiva e che consente di osservare da vicino, area per area, quartiere per quartiere, l’aggravarsi della minaccia).

Una ricostruzione dell’innalzamento dei livelli dei mari (illustrazione di Laura Sullivan, Joe Swainson, Fabio Bergamaschi per Information is Beautiful)
Una ricostruzione dell’innalzamento dei livelli dei mari (illustrazione di Laura Sullivan, Joe Swainson, Fabio Bergamaschi per Information is Beautiful)

Il nuovo strumento di misura sul climate change

La ragione e necessitù del drastico riesame è presto detta: su scala mondiale i dati di riferimento fino ad oggi usati per stimare i danni alle zone costiere sono stati quelli arrivati dalla Nasa, frutto della missione dello Space Shuttle Endeavour del Duemila, che ha misurato via radar l’elevazione delle coste dallo spazio. Peccato che questi dati, se non modificati da attente verifiche locali, in media esagerano l’elevazione vera delle coste, perché prendono spesso per buoni i “punti” più alti percepiti. E se alcuni paesi, quali gli Stati Uniti, hanno effettuato le dovute correzioni, molti altri non l’hanno fatto; i vecchi dati, grazie al fatto di essere gli unici «numeri» disponibili su scala globale, hanno insomma nutrito un eccessivo ottimismo nelle analisi di organizzazioni nazionali e internazionali sulla vera minaccia dell’innalzamento del livello oceanico.

Comprese istituzioni quali la Banca Mondiale, che devono poi fare i conti con calcoli e strategie di cooperazione per disastri umani e economici, potenziali nuove migrazioni e emergenze legate al clima, nonché piani e strategie coordinate di azione. Il nuovo modello digitale, battezzato CoastalDEM, ha fatto ricorso come accennato a metodi di machine learning inglobati dai ricercatori «per correggere errori sistematici dei dati di elevazione utilizzati per la valutazione internazionale dei rischi di alluvioni sulle coste» che finora erano basati sulla Shuttle Radar Topography Mission (Setm), ha fatto sapere Climate Central.

Più precisamente: «Su scala globale i dati di elevazione della costa della Nasa contengono notevoli limitazioni – spiega al Sole 24 Ore Scott Kulp, uno dei due principali autori assieme a Benjamin Strauss del nuovo studio a Climate Central, fondata nel 2008 e che nel board conta scienziati come anche Kathryn Murdoch, nuora di Rupert – Misurano sovente le cime degli alberi in aree boscose, oppure i tetti, con errori in media di due metri di sopravvalutazione dell’elevazione, un errore che sale fino a 4 metri per le città costiere. Il nostro modello riduce questi errori entro i dieci centimetri. E dimostra che al mondo la popolazione a rischio lungo le coste e’ tre volte quella ipotizzata in precedenza».

Perché servono iniziative più «aggressive» sul climate change

Kulp continua: «Credo che il nostro modello possa e debba influenzare la comunità scientifica e i policymakers nel migliorare le difese, nel prendere iniziative ben più aggressive di prevenzione e protezione. Puo’ spingere a un miglior calcolo del rapporto costi-benefici nella riduzione delle emissioni di anidride carbonica legate all’effetto serra».

Lo studio, avverte, non misura l’esistenza o efficacia di attuali barriere di difesa, ma in generale queste si sono ad oggi troppo di frequente rivelate inadeguate al momento del bisogno – basti ricordare la tragedia di New Orleans negli Stati Uniti.

Kulp avverte oltretutto di non prendere neppure il suo studio come oro colato, di considerare seriamente soprattutto il messaggio che ne deriva: «Il nostro studio non rappresenta l’ultima parola. In alcuni paesi e regioni esistono già dati di alta qualità sulle zone costiere, in particolare in Australia e in alcune parti dell’Europa. Ma spero che abbiamo dimostrato l’importanza di avere ovunque dati più accurati e di grande qualità, quali l’elevazione e i livelli degli oceani, l’importanza che i governi li raccolgano e li rendano accessibili, pubblici. Alcune nazioni potrebbero avere gia’ simili dati senza diffonderli, forse per preoccupazioni di sicurezza nazionale.

Ma è importante che lo facciano, per consentire a tutti coloro che sono impegnati sul fronte del cambiamento climatico, comprese organizzazioni multilaterali, sia migliori analisi delle vulnerabilità che la definizione degli interventi necessari». Un esempio delle complesse e crescenti ramificazioni del cambiamento climatico da affrontare potrebbero essere anche nuove spinte a migrazionidi massa, gia’ oggi un dramma. «Tutti i paesi che hanno coste sono esposti, quindi anche nazioni in Africa e America Latina. E l’impatto di clima estremo, innalzamento delle acque e inondazioni puo’ tradursi in nuovi fenomeni migratori».

Tutte le insidie in arrivo sull’Europa

Se l’Asia appare la regione del mondo più a rischio nei nuovi calcoli, anche per l’Europa fioccano nuove preoccupazioni: «Non ho trovato analisi complessive della vulnerabilità fondate su dati di alta qualità – ammonisce Kulp -. Il nostro studio, che io sappia, fornisce ora la miglior valutazione per il continente, anche se non posso escludere che in singoli paesi esistano analisi accurate non pubbliche».

Il Regno Unito è un’area particolarmente dolente: «Il rischio maggiore che abbiamo ricalcolato in Europa riguarda la Gran Bretagna: la popolazione afflitta sarà il triplo rispetto ai vecchi studi. Tenendo conto di uno scenario “moderato”, a metà secolo 1,2 milioni di persone saranno permanentemente sotto la linea dell’alta marea, entro fine secolo saranno 1,5 milioni. In precedenza si parlava di forse mezzo milione di persone. E vulnerabili ogni anno ameno ad alluvioni, con un simile scenario, saranno 4 milioni».

L’Italia esce relativamente meno sotto shock dalle nuove mappe dell’emergenza ambientale. «La differenza nell’area a rischio non appare molta rispetto ai calcoli passati. Nel caso dell’Italia i dati Nasa, rilevati dallo Space Shuttle, potrebbero avere in parte errato sottostimando l’elevazione invece che sovrastimandola. Questo puo’ essere dipeso da piccole correzioni avvenute durante l’orbita dello Shuttle e che si sono tradotte, in questo caso, in misurazioni dell’altitudine media troppo basse invece che troppo alte».

La costa che scotta è però confermata essere quella attorno a, dove in alcune aree attorno alla città l’impatto appare minore che in passato, altrove leggermente superiore. «Non intendiamo affatto dire che esista un minor rischio – si affretta tuttavia ad aggiungere Kulp -. La buona notizia è semplicemente che il rischio non è molto peggiore di quanto immaginato, che rimane grave. La vulnerabilità esiste e il nostro studio, i nostri parametri di base, sono semmai prudenti: potrebbero tuttora sottostimare i pericoli. Per questo è importante che ogni paese abbia dati di alta qualità per le sue zone costiere, sui livelli di oceani e mari come sull’elevazione».

In India Mumbai verrebbe inondata e in Tailandia il 10% della popolazione, compresa buona parte di Bangkok, vive oggi su una terraferma che svenirà entro 30 anni. In Medio Oriente sarebbero divorati centri storici da Alessandria a Bassra. In Europa il rischio maggiore lo corre la Gran Bretagna, dove la popolazione nel mirino dell’innalzamento degli oceani è tre volte superiore a quanto finora ipotizzato. Mentre per l’Italia ci sono quantomeno conferme dell’allarme per Venezia e la costa di nord-ovest.

Da New York a Londra, manifestazioni contro il cambiamento climatico

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