La giornata della Terra ed i cambiamenti climatici

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Il cambiamento climatico, le basi. 10 domande e 10 risposte per chi ha ancora dubbi sul più grosso problema del pianeta, dopo che è stata la Giornata della Terra. È dal 1970 che ogni anno il 22 aprile si celebra la Giornata della Terra, una ricorrenza internazionale istituita per fare informazione sullo stato dell’ambiente, su come inquinare meno e preservare gli ecosistemi. Sono infatti passati decenni da quando gli scienziati hanno capito che le attività umane stavano cambiando gli equilibri climatici e ambientali del pianeta, con conseguenze gravi per molte specie animali e in primo luogo proprio per le persone.

Per chi ancora non avesse del tutto chiaro di cosa stiamo parlando (non c’è nulla di male, sono argomenti complessi) abbiamo messo insieme 10 domande e risposte da cui cominciare, con la possibilità di approfondire cliccando sui link nel testo. Partendo proprio dalle basi.

Un cartello indica dove arrivava il ghiacciaio austriaco Pasterze nel 1970, mentre sullo sfondo si vede il ghiacciaio com'era nell'agosto del 2019 (Sean Gallup/Getty Images)
Un cartello indica dove arrivava il ghiacciaio austriaco Pasterze nel 1970, mentre sullo sfondo si vede il ghiacciaio com’era nell’agosto del 2019 (Sean Gallup/Getty Images)

1) Effetto serra, cambiamento climatico, riscaldamento globale. Sono la stessa cosa?

L’effetto serra è un fenomeno naturale che ha reso possibile la vita sulla Terra. Ne sono responsabili alcuni gas presenti nell’atmosfera, come l’anidride carbonica: trattengono parte delle radiazioni infrarosse emesse dalla Terra e mantengono temperature sul pianeta che lo rendono vivibile. Di solito però quando si parla di effetto serra ci si riferisce alla sua intensificazione dovuta alle emissioni di gas serra prodotte dalle attività umane, che stanno causando un aumento della temperatura media globale. Il riscaldamento globale appunto.

“Cambiamento climatico” è un’espressione più ampia, che comprende anche altri fenomeni legati in qualche modo all’aumento della presenza di gas serra nell’atmosfera e al conseguente aumento delle temperature. L’innalzamento del livello degli oceani, per esempio. C’è chi pensa che dovremmo parlare invece di “emergenza climatica”, per trasmettere meglio l’idea che il cambiamento climatico è una cosa grave e urgente, di cui dovremmo preoccuparci e occuparci di più.

2) Di quanti gradi in più stiamo parlando? Ed è davvero un problema se fa più caldo?

Dal 1880 (il primo anno per il quale disponiamo di sufficienti dati globali sulle temperature) a oggi le temperature medie mondiali sono aumentate di 1,2 °C, soprattutto a partire dalla seconda metà del Novecento. Non è un fenomeno omogeneo, sul pianeta: ad esempio nell’Artico sono cresciute di più, di 2,2 °C, in altre zone meno. In questa pagina interattiva del New York Times si può consultare come sono cambiate le temperature per ogni città del mondo. Ma è la situazione globale che conta perché il clima non fa distinzioni fra i paesi.

Le “warming stripes” del mondo, un’ormai nota forma di rappresentazione del riscaldamento globale. Ogni striscia rappresenta la temperatura annuale media globale, e la scala dei colori, dal blu scuro al rosso scuro, corrisponde a quella delle temperature, dalla più bassa alla più alta (<a href="https://showyourstripes.info/">Ed Hawkins, University of Reading</a>)
Le “warming stripes” del mondo, un’ormai nota forma di rappresentazione del riscaldamento globale. Ogni striscia rappresenta la temperatura annuale media globale, e la scala dei colori, dal blu scuro al rosso scuro, corrisponde a quella delle temperature, dalla più bassa alla più alta (Ed Hawkins, University of Reading).

In teoria i paesi firmatari dell’accordo sul clima di Parigi del 2015 si sono impegnati a impedire che le temperature aumentino complessivamente di 2 °C rispetto al 1880. E possibilmente a mantenere l’aumento inferiore ad 1,5 °C, impedendo quindi che si alzino di ulteriori 0,3-0,8 gradi. Può sembrare poca cosa, ma secondo le previsioni degli scienziati l’aumento complessivo di 2 °C causerà una catastrofe: una grande riduzione dei ghiacci polari, l’innalzamento del livello dei mari al punto da rendere inabitabili ampie zone costiere e contemporaneamente l’inaridimento di molte aree coltivate. Tutte cose che costringeranno milioni di persone a migrare, perché le coste sono tra le zone più abitate del pianeta.

Agli attuali ritmi di emissioni di gas serra nell’atmosfera, le Nazioni Unite prevedono che l’aumento della temperatura media globale sarà arrivato a 4 °C nel 2100. Nello scenario più pessimistico l’aumento potrebbe essere di 7,8 °C.

3) Ma siamo davvero sicuri che sia colpa nostra?

Sì. Nel corso della sua storia la Terra ha attraversato fasi climatiche molto diverse, che abbiamo potuto studiare grazie alle tracce geologiche che hanno lasciato, e sappiamo che in passato i cambiamenti climatici furono causati da periodi di maggiore attività del Sole, da alcune grandi eruzioni vulcaniche, dalle correnti oceaniche e da un asteroide. Nessuno di questi fattori può giustificare l’aumento delle temperature degli ultimi decenni, durante i quali sia l’attività solare che le eruzioni vulcaniche al massimo hanno contribuito ad abbassare le temperature. Tutti i cambiamenti climatici del passato peraltro, se si escludono quelli causati da un gigantesco asteroide, avvennero nel corso di migliaia di anni, non in qualche decina.

Quello che è cambiato negli ultimi secoli è che dall’inizio della Rivoluzione industriale (metà del Settecento) l’umanità ha immesso miliardi e miliardi di tonnellate di anidride carbonica (CO2) e altri gas serra nell’atmosfera. Fino agli anni Cinquanta si pensava che questi gas potessero essere assorbiti dagli oceani (in parte lo sono, e infatti li hanno resi più acidi) e non si sarebbero accumulati nell’atmosfera, ma a partire dal 1957 si cominciò a capire che non era così. L’anno successivo le basi del riscaldamento climatico venivano spiegate in un episodio di una serie di documentari scientifici prodotta dal celebre regista Frank Capra.


4) Ma ultimamente ci sono state estati e inverni in cui ha fatto più freddo del solito. Come si spiega?

Non bisogna confondere i fenomeni meteorologici e quelli climatici: con la parola “meteo” si intendono lo studio e l’analisi di fenomeni circoscritti nel tempo, di solito nel breve periodo; “clima” invece si riferisce allo studio dei fenomeni che avvengono nell’atmosfera in un periodo di tempo molto più lungo e con implicazioni che vanno oltre le previsioni sulla presenza di Sole o nuvole sopra una città o una ristretta area geografica.

Ciò che conta è quello che accade nel lungo periodo, cioè il clima. E dato che il clima è qualcosa di molto complesso, un generale aumento delle temperature medie non esclude che in certe parti della Terra ci siano giornate insolitamente fredde o nevose. Anzi: il cambiamento climatico può avere effetti tangibili sul meteo e rendere più estremi alcuni eventi di breve durata, come uragani e tempeste, anche di neve.

5) Mi sembra che ogni volta che c’è un’inondazione, un incendio o anche solo una gelata si dia la colpa al cambiamento climatico. È così?

Non si può ricondurre automaticamente un singolo evento meteorologico estremo al cambiamento climatico perché servono studi appositi per stabilire un rapporto di causa ed effetto e ci sono sempre molti fattori in gioco. A volte poi il cambiamento climatico c’entra, ma non per le ragioni che ci suggerisce l’intuito, ma per motivi più complessi: ad esempio, i danni all’agricoltura provocati dalle gelate sono diventati più gravi non perché le gelate arrivino in momenti diversi, o perché le temperature siano necessariamente più basse, bensì perché l’aumento delle temperature medie porta le piante a germogliare prima. In generale comunque gli scienziati sono concordi sul fatto che il cambiamento climatico rende più frequenti gli eventi estremi, come gli uragani, le alluvioni e le siccità.

6) Cosa c’entra l’innalzamento dei mari?

Una delle conseguenze dell’aumento delle temperature è che d’estate i ghiacciai del mondo, il mar Glaciale Artico e i ghiacci che ricoprono aree come l’Antartide e la Groenlandia si sciolgono di più di quanto poi riescano a righiacciare. Il progressivo scioglimento dei ghiacci che si trovano sulle terre emerse (quindi banchisa artica esclusa) fa aumentare l’acqua negli oceani e alza quindi i livelli dei mari. A questo effetto si somma anche la dilatazione termica dell’acqua: aumentando la temperatura dell’acqua infatti, diminuisce la sua densità e aumenta il volume che occupa. Per via di questi due fenomeni combinati, tra il 1900 e il 2019 il livello medio del mare è aumentato di 19 centimetri.

È un problema soprattutto per alcune piccole isole nell’oceano, come le isole Salomone, e per le zone abitate costiere, alcune più di altre: ad esempio quelle lungo la costa orientale degli Stati Uniti, ma anche in India, nel Sud-Est asiatico e in Cina, dove si trovano grandi città popolosissime, come Calcutta, Mumbai, Dacca, Bangkok e Shangai. Anche nel mar Mediterraneo è previsto un innalzamento dei livelli dei mari: quindi sì, parliamo anche di Venezia, e non solo.

7) E la plastica usa e getta?

Le attività umane fanno danni all’ambiente anche in altri modi rispetto alle emissioni di gas serra. Uno è ad esempio l’inquinamento da plastica, uno dei temi ambientali maggiormente comunicati negli ultimi anni, grazie all’introduzione di divieti sull’uso di alcuni prodotti di plastica monouso e a campagne di sensibilizzazione sulla presenza di microplastiche negli oceani.

Rispetto al problema del cambiamento climatico, quello dell’inquinamento da plastica e in generale dei rifiuti è più semplice da comprendere e da affrontare, ma le emissioni di gas serra sono la questione più grave. Va comunque detto che i prodotti di plastica sono realizzati a partire dal petrolio e per realizzarli si emettono gas serra, dunque ridurre la loro diffusione può aiutare contro il riscaldamento globale.

8) Ok, ma qual è la cosa più terribile che può succedere? L’estinzione dei panda e altri animali?

Nel parlare del cambiamento climatico si usano spesso slogan come «salviamo la Terra», che però possono essere fuorvianti. La Terra è una grossa palla di roccia nello Spazio, continuerà a esserci anche se farà più caldo, e anche dopo che l’umanità si sarà estinta.

Se per “Terra” si intende l’insieme di specie vegetali e animali che la abitano, è vero che molte di loro sono a rischio di estinzione a causa del riscaldamento globale e di altri problemi creati dalla specie umana (secondo gli scienziati è in corso una sesta estinzione di massa, la prima della storia causata dagli umani e non da fenomeni naturali). Ma ce ne sono altrettante che si troveranno bene anche con l’aumento delle temperature o sapranno adattarsi: il problema è se gli umani sapranno farlo.

Detto in altre parole, lo slogan più corretto dovrebbe essere «salviamoci», perché tra le specie che troveranno sempre più difficile la vita su un pianeta più caldo c’è quella umana. Il cambiamento climatico causerà sempre più siccità, alluvioni e altri disastri che faranno diminuire la produzione di cibo e costringeranno molte persone a migrare. Da sempre una diminuzione delle risorse e grandi migrazioni causano conflitti sociali, per questo tra le prospettive future che si temono ci sono anche le guerre climatiche.

9) Ma riguarda anche noi in Italia?

Sì. In buona parte dell’Italia non è previsto un particolare aumento delle temperature nel futuro prossimo, ma come abbiamo detto il cambiamento climatico è un fenomeno complesso, che avrà ripercussioni diverse e interconnesse in tutto il mondo. Ci sono e ci saranno comunque anche conseguenze dirette, ad esempio quelle che riguardano l’agricoltura.

10) Cosa stiamo facendo per risolvere il problema?

Per rispettare gli impegni presi con l’accordo sul clima di Parigi del 2015 è necessario ridurre le emissioni di gas serra nell’atmosfera, che invece continuano ad aumentare. Per questo sempre più paesi e aziende stanno promettendo di raggiungere, entro il 2030, il 2050 o altre date, la cosiddetta neutralità carbonica o “emissioni zero”: non significa “smettere di produrre emissioni di gas serra”, ma arrivare a una condizione di “emissioni nette pari a zero”, per cui per ogni tonnellata di CO2 o di un altro gas serra che si diffonde nell’atmosfera se ne rimuove altrettanta. In altre parole, si arriverà alla neutralità carbonica quando smetteremo di aggiungere gas serra nell’atmosfera oltre la quantità che riusciamo a toglierne.

È molto più facile a dirsi che a farsi dato che praticamente qualunque attività umana causa emissioni di gas serra. Per arrivarci bisogna sostituire i combustibili fossili (carbone, petrolio e gas naturale) con fonti di energia che non producono emissioni (il Sole e il vento, si parla anche di energia nucleare per sopperire ai loro limiti) ma siamo ancora lontani dall’arrivarci.

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