Invasione di alghe Sargassi nell’Atlantico dal Messico al Congo

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Invasione di alghe Sargassi nell'Atlantico dal Messico al Congo
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L’invasione dei sargassi nell’Oceano Atlantico. Negli ultimi 10 anni queste alghe sono cresciute esponenzialmente, creando una cintura visibile dallo spazio che parte dal golfo del Messico e arriva in Congo.

L’Oceano Atlantico sta venendo invaso dai sargassi, alghe bruni da cui prende il nome l’omonimo mare, situato tra le Antille, le Azzorre e le Bermuda. Ma partendo da questa porzione di oceano famosa per la massiccia presenza di alghe, negli ultimi anni i sargassi sono aumentati a un ritmo impressionante. L’espansione è stata alimentata dalle attività umane come l’agricoltura intensiva della soia, che scaricano azoto e fosforo in acqua, cioè nutrienti in grado di favorirne la crescita.

This picture taken on February 13, 2022 shows a special boat collecting sargassum seaweed off the coasts of Le Robert on the Martinique island in the French overseas on February 13, 2022. (Photo by Thomas COEX / AFP) (Photo by THOMAS COEX/AFP via Getty Images)THOMAS COEX/Getty Images
This picture taken on February 13, 2022 shows a special boat collecting sargassum seaweed off the coasts of Le Robert on the Martinique island in the French overseas on February 13, 2022. (Photo by Thomas COEX / AFP) (Photo by THOMAS COEX/AFP via Getty Images)THOMAS COEX/Getty Images

Si tratta della più grande fioritura di alghe mai registrata fino a oggi dagli esseri umani ed è visibile addirittura dallo spazio. La sua estensione orizzontale parte dal Golfo del Messico per arrivare fino al Congo, in una striscia bruna chiamata Great Atlantic sargassum belt, la cintura di sargassi dell’Oceano Atlantico.

Secondo le testimonianze dell’oceanografo Chuanmin Hu, riportate dal Guardian, la cintura di sargassi ha cominciato la sua esplosione a partire dal 2011. Nel giugno 2022, Hu ha stimato come il peso di questa enorme massa di alghe possa essere pari a circa 24,2 milioni di tonnellate, come circa 10 milioni di ippopotami o 53mila volte la Stazione spaziale internazionale.

Il ruolo dell’uomo

Gli scienziati sono concordi nell’attribuire la responsabilità di questa espansione inesorabile alle attività umane. A partire dall’aumento della temperatura superficiale delle acque, che crea una condizione favorevole alla crescita dei sargassi anche in mare aperto, fino allo scarico di acque reflue provenienti dalle coltivazioni di soia, che aumentano la quantità di azoto e fosforo presente nell’oceano.

La cintura dei sargassi (Foto: Nasa)
La cintura dei sargassi (Foto: Nasa)

Nella sua estensione naturale e limitata, vicina alle coste, le cosiddette zattere di sargassi forniscono un ottimo ecosistema per la riproduzione di pesci, tartarughe e altre forme di vita marina. Ma una presenza troppo massiccia ed estesa di queste alghe ha ricadute ambientali ed economiche catastrofiche.

I danni

Gli enormi ammassi di sargassi cresciuti negli ultimi dieci anni hanno danneggiato la fauna marina modificando profondamente il loro ecosistema, bloccando la luce sul fondale marino e rendendo ancora più difficile la pericolosa traversata dei cuccioli di tartaruga verso il mare, che restano intrappolate nelle montagne di alghe in decomposizione sulle spiagge.

Oltre a colpire la fauna marina, queste alghe possono causare danni alle infrastrutture umane come quelle energetiche. Inoltre, l’idrogeno solforato che rilasciano durante la decomposizione è dannoso per la salute umana, provocando da lievi mal di testa a dolorose infezioni oculari, fino a portare alla perdita di conoscenza e a creare complicazioni nella gravidanza degli esseri umani.

Ma i problemi non finiscono con la semplice presenza di troppi sargassi nelle acque, perché anche il loro smaltimento non è per nulla facile. Questa enorme quantità di biomassa non può essere usata come fertilizzante, perché contiene anche metalli pesanti come l’arsenico, molto pericoloso per le piante. Questa caratteristica la rende anche impossibile da compostare, perché si rischierebbe di contaminare con l’arsenico le falde acquifere, mentre il suo impiego nell’industria è svantaggioso perché estremamente costoso.

Attualmente gli scienziati stanno sperimentando varie soluzioni per risolvere il problema, come l’utilizzo dell’alga per incrementare l’assorbimento di carbonio, che dovrebbe avvenire spingendo artificialmente le alghe in fondo all’oceano, ma si tratta ancora solamente di ipotesi e mancano finanziamenti adeguati per affrontare concretamente la situazione.

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