Il metano del Mar Glaciale Artico si sta riversando nell’atmosfera

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Il risveglio dei giganti addormentati. Le bolle di metano che stanno emergendo dal Mar Glaciale Artico. Un team di ricerca internazionale ha rilevato una quantità di gas presente sulla superficie dell’acqua da 4 a 10 volte superiore a quella attesa. Il timore è che possa essere stato attivato un nuovo ciclo di reazione climatica in grado di accelerare il riscaldamento globale.

Dalle profondità del Mar di Leptev, al largo delle coste della Siberia orientale, bolle di metano un tempo congelato stanno emergendo. I «giganti addormentati del ciclo del carbonio» si stanno risvegliando. E questo è un problema.

La scoperta è di un team internazionale – di cui fa parte anche l’italiano Tommaso Tesi dell’Istituto di Scienze Polari del Cnr – impegnato da circa un mese sulla nave di ricerca russa Akademik Keldysh.

Con un potere clima alterante circa 85 superiore a quello dell’anidride carbonica, il metano è ben presente nei sedimenti congelati del Mar Glaciale Artico. A causa del disgelo del permafrost sottomarino il gas, prima intrappolato, riesce a liberarsi raggiungendo la superficie dell’acqua per poi migrare in atmosfera. Nonostante risulti ad oggi un fenomeno ancora sul nascere, il rischio è che il riscaldamento delle acque possa incentivarlo e, a catena, incentivandosi l’altro dare spinta al surriscaldamento globale. «È un effetto retroattivo – sottolinea a Linkiesta il glaciologo del Cnr Isp Carlo Barbante – Con aumento delle temperature il permafrost fonde. Questa fusione libera il metano, contenuto nel permafrost, che a sua volta induce un ulteriore incremento termico».

A causare l’instabilità registrata in Russia potrebbe essere stato l’arrivo nell’Artico orientale di correnti calde provenienti dall’Atlantico, uno degli effetti del cambiamento climatico. L’Artide è già vittima di un aumento della temperatura doppio rispetto a quello medio globale. Basti pensare che in Siberia, nei primi sei mesi del 2020, sono stati registrati oltre 5 gradi in più rispetto alla norma.

«In questo momento è improbabile che tutto abbia qualche impatto sul riscaldamento globale – ha spiegato al Guardian lo scienziato dell’università di Stoccolma Orjan Gustafsson -, ma il punto è che questo processo è stato adesso avviato».

Nonostante la maggior parte delle bolle rilevate dal team di ricerca si sia dissolta prima di raggiungere l’atmosfera e nonostante i dati riscontrati siano ancora preliminari, i ricercatori hanno rilevato che la quantità di gas presente sulla superficie dell’acqua è da 4 a 10 volte superiore a quella attesa. Peraltro, in una zona piuttosto vasta a 600 chilometri al largo della costa.

«Questo è un fenomeno noto, e non riguarda solo il mare ma anche la terra – spiega Barbante – Prende il nome di termocarsismo e si riferisce alla formazione di bolle che sotto la superficie collassano, sprigionando metano, e lasciano dei crateri sul terreno. Per quanto riguarda il mare invece qui il gas si trova “addormentato” negli strati di ghiaccio sul fondale. Una volta liberato, sale in superficie dove è allora facile riscontrarlo in alte concentrazioni, come nel caso del Mar Glaciale Artico ora. Avere innescato questo processo e rilevarlo in queste zone comincia a destare una forte preoccupazione. È un segnale allarmante, l’inizio di qualcosa che deve farci riflettere».

Secondo il ricercatore dell’Accademia delle Scienze russa e capo scienziato a bordo della nave Igor Semiletov, le emissioni scoperte sono maggiori di tutte quelle registrate in passato e, potenzialmente, possono avere gravi conseguenze sul clima. «Probabilmente siamo di fronte a un tipping point – sottolinea Barbante – un punto di non ritorno che aumenterà la rapidità con cui il riscaldamento globale avanza».

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