Il futuro della coltivazione per soddisfare il bisogno alimentare

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Coltivazioni indoor tra business e sostenibilità. Verticali, orizzontali, modulari. Le forme e i diversi sistemi di coltivazione indoor (idroponica, aeroponica e acquaponica) delle vertical farm sono esplose negli ultimi 5 anni raggiungendo dimensioni su scala industriale, soprattutto in Usa, Nord Europa e Giappone, con un boom di investimenti. Ora, però, occorre comprendere qual è il modello di business più coerente per queste fattorie che niente hanno a che vedere coi campi ondulati solcati da trattori: la verdura (soprattutto insalata, spinaci e piante aromatiche) cresce all’interno di fabbriche dismesse o in nuovissimi palazzi illuminati da un misterioso bagliore rosato pieno di scaffali di piante impilate per metri.

Che siano laboratori di ricerca, startup metropolitane o progetti governativi faraonici – che puntano a costruire interi quartieri adibiti a vertical farm – ciò che li accomuna è il fatto di riuscire far crescere le piante nel modo più rapido ed efficiente possibile, per soddisfare una richiesta alimentare urbana sana e sostenibile in continuo aumento a fronte di una riduzione di risorse e terre coltivabili. Queste produzioni hanno infatti tra i vantaggi di non impiegare agrofarmaci, di risparmiare oltre il 90% di acqua rispetto alle coltivazioni tradizionali, di essere presenti tutto l’anno a prescindere dal meteo e di essere a chilometro zero. In più oggi, grazie a led, automazione, internet delle cose, intelligenza artificiale e blockchain si possono superare anche quelli che sono stati gli ostacoli di questa rivoluzione agricola, ovvero i costi di illuminazione, fertirrigazione, gestione, movimentazione delle piante, raccolta. E secondo gli esperti entro il 2023 i prezzi offerti dalle techno farm e dalle aziende tradizionali si equipareranno, mentre oggi sono uguali o superiori ai prodotti biologici.

«Per arrivare a questo cambio di rotta nel modo in cui coltiviamo il nostro cibo serve know how» sottolinea Luca Travaglini, fondatore con Daniele Benatoff della startup Planet Farms, che ha tra i partner anche Signify (ex Philips Lighting). Da qui, la scelta di Travaglini di avviare un innovativo laboratorio dedicato al vertical farming, dotato di camere bianche certificate, lampade Philips speciali che permettono di utilizzare “ricette di luce” specifiche per ogni ortaggio e la tecnologia, tra cui la blockchain per la tracciabilità di tutta la filiera. «L’obiettivo è il prodotto, che deve essere sano e sostenibile, in modo da assicurare ai gruppi della Gdo una produzione costante tutto l’anno, sia nella qualità che nella quantità» precisa Travaglini. In questo laboratorio all’avanguardia di 400 metri quadri alle porte di Milano si testano le condizioni ottimali per tutti i processi di crescita delle verdure a foglia e delle erbe aromatiche, dalla germinazione fino alla lavorazione e al confezionamento. Con un approccio molto hi-tech.

«L’impianto – continua – è dotato di sistemi automizzati per l’irrigazione, il controllo climatico e la gestione logistica. Abbiamo addirittura sensori ottici per il monitoraggio della clorofilla». Il laboratorio è una sorta di “nursery” per quella che diventerà una delle vertical farm più avanzate al mondo: 10mila metri quadrati in cui si produrranno oltre 1000 tonnelate di ortaggi confezionati all’anno con un processo completamente automatizzato end to end. Sorgerà in Brianza (a Cavenago) entro la primavera prossima. «È una grande sfida che lega l’agricoltura tradizionale all’alta tecnologia per fornire a consumatori e retail prodotti ottimi e sani in modo sostenibile. I test eseguiti raccogliendo milioni di dati ci dicono che per ciascun ortaggio è possibile riprodurre le condizioni ambientali ottimali per la crescita (a partire dallo spettro dalla luce, ndr), il che produce vegetali molto saporiti e ad altissimo valore nutritivo, come per esempio il contenuto in vitamine».

Anche Serdar Mizrakci, Ceo della startup newyorchese Element Farms, ha sperimentato e innovato per anni prima di diventare la prima azienda a produrre spinaci senza pesticidi per tutto l’anno. L’azienda utilizza due tecnologie proprietarie chiave: «La prima – ci spiega Mizrakci – è un processo per controllare l’illuminazione supplementare e la CO2 per ottenere un ciclo di coltura fisso di 14 giorni in ambienti con effetto serra. Questo ci permette di non usare pesticidi con una produzione costante tutto l’anno. La seconda tecnologia è un processo che elimina il rischio di patologie per vegetali sensibili come gli spinaci, un raccolto che con l’idroponica convenzionale non può essere coltivato in modo redditizio».

Ma davvero l’agricoltura indoor potrà soddisfare la domanda di cibo della popolazione mondiale in crescita? «Non oggi, ma certamente in futuro – ci risponde Serdar – Le strutture idroponiche sono costose da costruire e da utilizzare, ecco perché il costo unitario dei prodotti coltivati idroponicamente (in particolare se privi di pesticidi) è superiore al costo di quelli coltivati in campo. Per nutrire una popolazione in crescita occorre produrre e vendere a un prezzo accessibile. Per arrivarci dobbiamo sviluppare metodi di produzione più efficienti e avere accesso a fonti energetiche più economiche, come le rinnovabili». È presto per dire se il futuro dell’agricoltura sarà nelle città, di certo la convergenza di interessi tra aziende e investitori rende il terreno fertile.

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