Il Biologico in Italia, sempre più sicuro e Bio

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Le certezze del biologico

Il 2019 vedrà l’attività di Consorzio il Biologico sempre concentrata sulla promozione e divulgazione dell’agricoltura biologica, delle sue tecniche, strategie e valori. Il successo e la diffusione che il biosta avendo negli ultimi anni lo pongono al centro dell’attenzione dei consumatori, anche in qualità di cittadini. Con il presidente Lino Nori partiamo allora dalle certezze del biologico. Nori, quali sono i punti di forza su cui il bio italiano può contare, sia
rispetto all’agroalimentare convenzionale, sia rispetto ad altri paesi?

La prima certezza è il saper rispettare le esigenze dei consumatori, che oggi vogliono prodotti sani, sostenibili, buoni. La cultura del cibo e dell’alimentazione hanno fatto grandi progressi in questi anni e tanti possono ancora farne. Non si tratta di una moda passeggera, ma di qualcosa di profondo che tocca gli stili di vita e i valori. E il biologico sa farsene carico.

E la certificazione? Sicuramente possiamo inserirla nelle certezze, ma in che modo? Con una constatazione molto semplice: i prodotti bio sono molto più controllati di quelli  convenzionali, perché al consueto livello di controllo ne aggiungono uno proprio. Responsabili qualità delle aziende, ispettori e personale degli organismi, un grande insieme di persone che seguono e lavorano lungo tutto il processo produttivo del bio. Lo sviluppo di
queste professionalità fa la differenza. Mi piace poi ricordare che il controllo non va inteso come un poliziesco cercare crimini nascosti, ma un passaggio fondamentale che aiuta, qualche volta costringe, l’azienda a migliorarsi.

Per fare bio bisogna essere bravi e competenti. Abbiamo elencato alcune certezze, ma c’è qualcosa di peculiare che distingue il bio italiano anche da quanto propongono gli altri paesi?

Diciamo che le aziende del biologico riprendono la tradizione eno-gastronomica italiana che, come sappiamo tutti, significa prodotti di alta qualità e varietà. Per i motivi detti sopra, il bio riesce ad amplificare ed esaltare queste caratteristiche. i prodotti bio italiani sono per questo apprezzati e richiesti in tutto il mondo. Lo sanno bene le aziende del Consorzio che lavorano duramente sull’export e al Biofach fanno di tutto per mettersi in mostra.

Alla Fiera di Norimberga avrà infatti 55 aziende associate, per un’area espositiva di 1200 mq, e Bio.it l’unico ristorante bio di tutta la manifestazione.Bio Uber Alles

Bio Uber Alles

Tutti guardiamo a Biofach 2019 con grande fiducia e attendiamo delle conferme sull’andamento del settore biologico a livello mondiale. Per l’Italia, il confronto con il resto del mondo è importante per capire quali spazi si aprono per l’export del prodotto biologico “Made in Italy”

Abbiamo una forte vocazione all’export e abbiamo dei prodotti eccezionali, ma dobbiamo stare attenti a non deludere le aspettative dei clienti che vogliono un biologico italiano di alta qualità e un biologico credibile, perché basato sul rigidi standard europei e certificato da un sistema di controllo autorevole e indipendente. Le imprese biologiche italiane arrivano a Biofach 2019 consapevoli che anche il mercato interno spinge sui consumi bio, senza conoscere arretramenti. Per Il quinto anno consecutivo, infatti, si registra una crescita a doppia cifra nella GDO, ad un tasso medio annuo pari al 15%. Nel paniere bio italiano, fanno la parte del leone, la frutta (24%), gli ortaggi (19%) e i derivati dei cereali (17%). Tra i prodotti e/o le categorie che segnano le performance migliori a confronto con il 2017, troviamo le uova fresche, gli Oll e grassi vegetali. In questo ultimo anno, il comportamento del Bio presso i vari canali di distribuzione mostra una diminuzione di vendite in quello specializzato, a cui fa il verso l’aumento nella GDO e nel siscount. Dal
punto di vista geografico, il consumo bio si conferma appannaggio del Nord Ovest e del Nord Est per quasi i 2/3 del totale, con una buona presenza al Centro/Sardegna e un modesto contributo del Sud/Sicilia. Il clima di fiducia delle imprese biologiche si mantiene quasi sempre in territorio positivo, mentre per quelle convenzionali — oramai – il segno + è solo un lontano ricordo.

Sempre negli ultimi 5 anni, le famiglie acquirenti bio cosiddette “consapevoli” sono passate dal 59% all’81% e i driver di scelta chele hanno guidate all’acquisto sono, nell’ordine, la salute, la sicurezza/qualità e l’ambiente. Mentre nella GDO il consumatore trova comodità, convenienza e assortimento, nel canale specializzato emerge assortimento, fiducia e qualità.
In valore assoluto, l’anno 2018 assegna al mercato bio interno un valore di 5,6 miliardi di Euro, di cui 3,6 sono rappresentati dai consumi domestici e 2,0 sono la quota destinata all’Export, con una quota di mercato dei consumi alimentari complessivi che toccherebbe il 3,4%. La GDO ha decisamente investito nel BIO e si contano 22 insegne con proprio marchio. Biofach 2019, vetrina del bio mondiale, sicuramente non deluderà le imprese italiane che si accingono a partecipare.Biologico e Genomica

Biologico e Genomica

Il DNA la molecola della vita, di DNA sono fatti i geni e l’insieme di tutti i geni, il genoma, determina lo sviluppo e la performance di ogni specie vivente. L’agricoltura coltiva specie
viventi e la genomica, ossia lo studio del genoma, è una delle discipline fondamentali per gestire, valorizzare e migliorare le specie coltivate indipendentemente che si tratti di agricoltura biologica o convenzionale.

Dalle scoperte di Mendel (1865) In poi, l’avanzamento delle conoscenze genomiche ha rivoluzionato il modo con cui vengono selezionate le varietà coltivate, da una selezione totalmente casuale ad una selezione consapevole che consente di avere varietà con precise
caratteristiche di resistenza a malattie, di adattamento all’ambiente, particolari tratti nutrizionali, ecc. Le tecnologie con cui si possono applicare le conoscenze genomiche sono molteplici e la maggior parte di esse non comportano affatto il trasferimento di DNA da una
specie all’altra.

Conoscere il genoma delle piante coltivate offre molte opportunità anche per l’agricoltura biologica.Selezionare varietà adatte al biologico può consentire di risolvere importanti  problemi agronomici (varietà capaci di competere con le infestanti, resistenti alle malattie, con apparati radicali più grandi in grado di meglio sfruttare le caratteristiche di fertilità del suolo) Oppure fornire nuove tipologie di prodotto. La valorizzazione delle varietà tradizionali avrà un futuro solo nella misura in cui sarà basata su dati scientifici oggettivi e sapere quali sono i geni che rendono le varietà tradizionali diverse da quelle moderne e la premessa per spiegarne le qualità o i benefici derivanti dal loro uso.

La conoscenza dei genomi consente di tracciare le filiere produttive esattamente come la polizia scientifica identifica il colpevole analizzando il DNA lasciato sul luogo del delitto. Il DNA è lo strumento più potente oggi esistente per garantire tracciabilità, tipicità e sicurezza. li DNA presente in un prodotto dimostra la sua composizione e rivela la presenza di microrganismi non desiderati che possono avere conseguenze negative sulla salute.

In Italia, la promozione della ricerca genomica assume una valenza strategica considerato che gran parte dei semi delle varietà O ibridi coltivati sono importati o sono state/i selezionate attraverso know-how consolidato all’estero, fino al paradosso dei prodotti tipici
realizzati ricorrendo a risorse genetiche provenienti dall’estero. Non si può dimenticare che possedere le conoscenze genomiche delle specie coltivate è un asset strategico del settore agricolo.Biodiversità come via alla sostenibilità in agricoltura

Biodiversità come via alla sostenibilità in agricoltura

Se gestito con le opportune tecniche, il settore agricolo possiede una capacità unica di fornire alla società risultati positivi per la biodiversità, la cui tutela figura da tempo tra gli obiettivi nazionali ed internazionali. La biodiversità legata alle produzioni agroalimentari porta verso il vero significato etimologico della parola sostenibilità, ovvero capacità di sostenere, in questo caso risorse naturali sempre più limitate e la lotta al cambiamento climatico. Per chi come CCPB si occupa di biologico da 30 anni, non si poteva evitare di offrire al mercato uno standard in grado di misurare la biodiversità dei processi produttivi
fondati sugli agroecosistemi. Per questo è stato attivato lo standard “Biodiversity Alliance”, un sistema di valutazione della biodiversità che prende in considerazione i2 indicatori di tipo quantitativo e qualitativo incentrati sulla valutazione dell’indice QBS—ar (Parisi V. 2001).

Partendo dal concetto di forma biologica, si indica il grado di adattamento anatomico di un
organismo alla vita nel suolo che consente la misura e l’analisi di tutti i gruppi di microartropodi presenti nel suolo (insetti, aracnidi, miriapodi, crostacei) e del modo in cui questa attività è influenzata e/o favorita dal metodo di produzione e gestione del suolo. Gli altri parametri valutati sono: il tipo di agricoltura (biologico, integrato o meno) la gestione del suolo in termini di fertilizzazione, le modalità di controllo delle avversità, la presenza e la gestione delle aree verdi quali infrastrutture ecologiche, il ricorso ad insetti utili e pronubi, le strategie di incremento della biodiversità, il ricorso ad energie provenienti da fonti rinnovabili l’adozione di pratiche agronomiche conservative e altre pratiche con l’obiettivo di aumentare la biodiversità (corridoi ecologici, sistemi di fitodepurazione ecc.). Parametri questi che rappresentano un indicatore di come il processo di produzione  favorisce il miglioramento della biodiversità. il protocollo è applicabile dalla singola azienda o da operatori che a loro volta intendono valutare l’attenzione ed il rafforzamento della biodiversità lungo la catena di fornitura ovvero presso le aziende da cui si approvvigionano di materie prime agricole.

Diverse filiere produttive nazionali formate da migliaia di aziende, già da diversi anni hanno adottato questo standard, che ha permesso loro di valutare e certificare il loro lavoro e impegno in ottica sostenibile. La valutazione della biodiversità e la conseguente valorizzazione attraverso approcci certificativi può rappresentare per il sistema agricolo e agroalimentare la possibilità di ottenere, in particolare, diversi benefici, riduzione dei costi, miglioramento delle tecniche gestionali, visibilità e promozione prodotto.Naturale e sostenibilità: Il futuro dell'industria tessile

Naturale e sostenibilità: Il futuro dell’industria tessile

L’impegno di perseguire un elevato livello di sicurezza per la salute dell’uomo e un alto grado di sostenibilità e di tutela per l’ambiente, rappresentano una tendenza che interessa trasversalmente diversi settori, da quello agroalimentare al settore cosmetico, fino ad arrivare all’industria tessile e al mondo della moda.

L’industria tessile e altamente competitiva e in rapida evoluzione. Ad oggi esistono molte scelte alternative alle fibre e ai materiali tessili tradizionali, difatti sul mercato sono già presenti materiali ad alta sostenibilità, ad esempio fibre da coltivazioni biologiche, fibre riciclate da materiali preconsumo e postconsumo. Accanto alla valutazione delle componenti delle materie prime usate, non è affatto trascurabile l’intera filiera di  produzione, in particolare i processi ad umido, quali tintura, stampa e finissaggio, a cui viene imputato il maggior consumo di risorse naturali in primo luogo di acqua, a seguire
di energia elettrica e di utilizzo di prodotti chimici. Essere un’azienda sostenibile significa impegnarsi a limitare o eliminare determinate sostanze pericolose, migliorare i processi produttivi esistenti, ridurre i costi energetici, il consumo di risorse idriche e di depurazione dei reflui necessari ai processi di lavorazione del prodotto.

Ormai da anni, le competenze di CCPB sono in grado di guidare le aziende che vorrebbero ottimizzare la produzione industriale a favore di uno sviluppo sostenibile grazie agli schemi di certificazione Globazione GOTS o GRS non è sufficiente rispettare esclusivamente i requisiti relativi alla composizione dei prodotti. Dunque, non sarà sufficiente ottenere dei prodotti costituiti per almeno il 70% di cotone biologico per GOTS e per almeno il 20% di materiale riciclato (per»consumo o post—consumo) per quanto riguarda GRS. L’azienda dovrà tuttavia, impegnarsi a 360 gradi ad adottare misure di sicurezza a tutela dell’ambiente e dell’uomo.

Queste norme richiedono requisiti molto precisi e stringenti. Nello specifico sia GOTS che GRS coprono tutti i passaggi di filiera: trasformazione, fabbricazione, confezionamento, etichettatura, commercializzazione e distribuzione di tutti i prodotti. L’azienda che desidera
conseguire la certificazione deve adottare una politica ambientale che consideri compiutamente tutti gli impatti del proprio processo produttivo: uso responsabile delle sostanze chimiche, consumo di risorse energetiche e idriche, trattamento delle acque di scarico e smaltimento dei rifiuti.

Ogni azienda dovrà stabilire i propri indicatori e aree di miglioramento. Un esempio, potrebbe essere il riutilizzo di residui di lavorazione (come cascami, testate, ritagli e frasami), classificabili come sottoprodotti, una pratica che si sta diffondendo sempre di più nell’ottica di un’economia circolare. in questo scenario lo standard GRS costituisce sicuramente un riferimento irrinunciabile. Entrambi gli standard GOTS e GRS stabiliscono inoltre dei criteri sociali. Le aziende devono adottare una politica sociale a favore dei diritti dei lavoratori. Un aspetto molto delicato se si pensa che le produzioni sono concentrate
in paesi come Pakistan, india, Bangladesh dove generalmente ci sono abusi sulle paghe, gli orari, la manodopera minorile. In conclusione, per le aziende che volessero valorizzare soltanto la composizione dei prodotti, CCPB continua a certificare con successo anche in conformità agli standard OCS Organic Content standard (QCS) e Recycled Claim Standard (RCS), che valorizzano rispettivamente il contenuto di fibra biologica nei prodotti tessili e la quota di fibra riciclata.L'attestazione della ISO 16128 sui cosmetici biologici e naturali

L’attestazione della ISO 16128 sui cosmetici biologici e naturali

Da qualche mese CCPB ha lanciato un nuovo servizio nel campo della cosmesi: la validazione del calcolo degli indici di naturalità e biologicità di cosmetici e di loro ingredienti in base alla linea guida ISO 16128. Sono passati oltre 10 anni da quando per la prima volta ci siamo avvicinati al mondo della cosmesi biologica e naturale e siamo orgogliosi della strada percorsa finora, dei risultati raggiunti e delle prospettive che si aprono davanti a noi.

La Linea guida ISO 16128 ha avuto una genesi complicata nel variegato panorama della cosmesi naturale e biologica; il documento si pone l’ambizioso obiettivo di stabilire criteri e indicatori oggettivi e può rappresentare uno strumento utile per le aziende ad approcciare questo mondo. Trattandosi di una Linea Guida, non è possibile certificare un prodotto in conformità a tale documento; il servizio che CCPB può offrire alle aziende interessate è la validazione dei calcoli dei diversi tipi di indici, cioè una attestazione che i calcoli sono stati eseguiti in conformità alla Linea Guida ISO 16128.

In sintesi la Linea Guida fornisce gli elementi per calcolare alcuni indici relativi agli ingredienti cosmetici: Natural index, Natural origin index, Organic index, Organic origin index. Un ingrediente naturale è tale se proviene da piante, animali, microrganismi o minerali con processi fisici, fermentazioni o altri processi che non comportano una modifica chimica intenzionale della materia prima. Gli ingredienti biologici invece sono ingredienti naturali che provengono da produzioni condotte con metodo biologico 0 raccolta spontanea certificate. Un ingrediente derivato naturale è definito come un ingrediente che è per oltre il 50% di origine naturale, ottenuto tramite processi chimici elencati nella norma. Un  ingrediente di origine biologica deriva da ingredienti biologici almeno in parte, che hanno subito modificazioni chimiche.

Una volta calcolati gli indici di ogni singolo ingrediente, è possibile calcolare il contenuto naturale, di origine naturale, biologico e di origine biologica di una formulazione cosmetica, attraverso le formule indicate nella Linea Guida. La Linea Guida non pone vincoli in merito alla presenza di ingredienti non naturali presenti in un cosmetico, né in termini di composizione né in termini di processi di ottenimento e/o di ingredienti ammessi e non ammessi.

Ci pare utile ricordare che il servizio è da considerarsi aggiuntivo rispetto alla certificazione dei cosmetici biologici e naturali che CCPB offre in conformità alle norme sui cosmetici biologici, naturali e NATRUE e non lo sostituisce in alcun modo. Un cosmetico biologico o naturale certificato offre garanzie al consumatore non solo dell’origine naturale o biologica degli ingredienti, ma anche dell’assenza di OGM e derivati petrolchimici e presuppone una
serie di controlli stringenti sia documenti aziendali sia presso le Officine di produzione da parte di tecnici e ispettori esperti del settore.Export di prodotti biologici Italiani - Stato dell'arte e prospettive

Export di prodotti biologici Italiani – Stato dell’arte e prospettive

Tra i vari settori per i quali il Bel Paese e amato in tutto il mondo spicca senz’altro quello agroalimentare: è sempre maggiore, anche all’estero, la ricerca di prodotti agroalimentari di qualità, tipici del Made in italy. Se nel 2017 le esportazioni agroalimentari italiane hanno avuto un aumento del 7% rispetto all’anno precedente, posizionandosi tuttavia solo al quinto posto in Europa, alle spalle di Olanda, Germania, Francia e Spagna, quelle relative ai prodotti biologici dello stesso hanno fatto segnare un +16% rispetto al 2016 (+408% rispetto al 20081), consolidando l‘italia al primo posto tra i Paesi esportatori di prodotti
biologici in Europa, e, a livello mondiale, seconda solo agli USA.

Per circa due terzi, le esportazioni di prodotti biologici sono rivolte a Paesi “di prossimità”, all’interno dell‘Unione Europea, accomunati al’Italia dalla medesima normativa europea, mentre per la restante parte i Paesi di destinazione dei prodotti biologici certificati risultano essere invece extraeuropei. La Commissione Europea ha siglato in taluni casi specifici accordi di equivalenza che consentono ai prodotti certificati ai sensi della normativa comunitaria l’esportazione senza la necessità di ottenere un’ulteriore certificazione ad hoc; è il caso ad esempio degli USA, per i quali è sufficiente richiedere un apposito NOP import Certificate per ciascuna partita esportata, del Canada, e del Giappone, seppure in questo ultimo caso l’equivalenza siaparziale ed è necessario che almeno l‘ultimo passaggio di trasformazione del prodotto da esportare sia coperto da certificazione JAS.

Per altri mercati di rilievo, quali la Cina e l’emergente Brasile, ad esempio, dove vige una
normativa biologica specifica che non riconosce equivalente quella europea, gli esportatori italiani devono certificare ai sensi della normativa del Paese di destinazione, l’intera filiera del prodotto biologico, creando ovviamente delle difficoltà logistiche, delle tempistiche più lunghe e dei costi ulteriori che non sempre sono giustificati dall’esiguo quantitativo che i clienti richiedono. Superare tali barriere, magari mediante ulteriori accordi di mutua equivalenza, vorrebbe dire riuscire ad offrire agli operatori europei, ivi compresi quelli italiani, un ulteriore sbocco economico che consenta di aumentare ulteriormente le percentuali di prodotto biologico esportato. La Commissione Europea è in continua mediazione con alcuni Paesi extra UE le cui normative non sono ancora riconosciute equivalenti (un esempio pratico e costituito dal Messico), per aumentare la platea di potenziali clienti di prodotti biologici europei certificati, ma i tempi per formalizzare tali
accordi sono spesso lunghi.

Esiste inoltre una terza casistica costituita da Paesi extra europei che pur in assenza di
specifici accordi consentono agli importatori locali di acquistare da operatori europei
prodotti biologici certificati ai sensi della normativa comunitaria, purché accompagnati da uno specifico certificato di transazione per ciascuna partita importata; si tratta in quest’ultimo caso di mercati per così dire minori, ma che in ogni caso contribuiscono alle eccellenze agroalimentari biologiche nazionali di mantenere un trend di vendita positivo all’estero.

Tratto da: News Letter – Consorzio Il Biologico – Febbraio 2019 – Cosmoprof Bologna

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