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Greenpeace dovrà pagare 200 milioni se perde la causa per le foreste boreali

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Greenpeace dovrà pagare 200 milioni se perde la causa per le foreste boreali
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“Difende le foreste boreali”. Chiesti 200 milioni a Greenpeace, che non potrebbe mai pagarli. Una multinazionale del legname ha portato davanti a un tribunale statunitense l’associazione ambientalista per la sua campagna a difesa di un ecosistema che offre una casa a 20 mila specie animali e vegetali, compreso il caribù. Chiedendone di fatto la chiusura.

Quanto valgono le foreste boreali che costituiscono il secondo ecosistema terrestre del mondo come ampiezza, aiutano a difendere la stabilità climatica, offrono una casa a 20 mila specie animali e vegetali, compreso il caribù? E’ una stima difficile perché il valore che rappresentano è legato alla sopravvivenza della nostra specie. Più facile è indicare il costo che viene chiesto a chi si batte per la loro difesa: 200 milioni di euro. Greenpeace è stata citata davanti a un tribunale degli Stati Uniti con questa richiesta di indennizzo da Resolute Forest Products, una multinazionale che ha deciso di rispondere così alla richiesta degli ambientalisti di adottare politiche sostenibili di taglio della foresta in Canada.

La cifra è ovviamente simbolica perché l’associazione ambientalista non è in grado di pagarla. In sostanza il colosso del legname chiede la chiusura di una voce storica dell’ambientalismo. E lo fa utilizzando una norma ideata per combattere la mafia. Greenpeace è stata accusata presso la Corte distrettuale della Georgia del Sud di diffamazione e di violazione della Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act, la legge Rico, una norma promulgata da Nixon nel 1970 per combattere il crimine organizzato.

La decisione della Resolute segna dunque una svolta dei rapporti tra mondo produttivo e ambientalismo che ha il segno dell’era Trump. Fino a oggi le aziende chiamate in causa per la loro azione inquinante avevano intavolato una trattativa con la controparte che nella maggior parte dei casi si era conclusa con un vantaggio reciproco: gli ambientalisti avevano incassato il miglioramento delle politiche, le aziende avevano ottenuto un ritorno di immagine e spesso un aumento di efficienza. Adesso si è arrivati al muro contro muro. Vale dunque la pena ricostruire le ragioni dello scontro.

Resolute Forest Products è la principale società canadese del settore del legno e della carta. Ha sede in Canada, a Montreal, e fornisce carta per la produzione di libri, riviste, giornali, cataloghi, volantini, elenchi telefonici. Per farlo, però – accusa Greenpeace – gestisce in maniera non sostenibile vaste aree della foresta boreale canadese, violando i diritti delle popolazioni indigene che la abitano da sempre, devastando l’habitat e mettendo in pericolo specie, come il caribù, già minacciate.

La società sotto accusa ribatte provando a capovolgere lo scenario. Greenpeace è accusata di frode perché “per anni ha indotto a donare milioni di dollari” per cause sbagliate. Resolute – afferma l’azienda nel suo ricorso legale – ha piantato un miliardo di alberi nelle aree boreali. Dunque non ha diminuito la capacità delle foreste di catturare anidride carbonica ma l’ha addirittura migliorata tagliando boschi e ripiantando alberi. Se le foreste boreali indietreggiano – continua Resolute – è colpa dell’urbanizzazione, delle centrali elettriche, delle strade, non delle motoseghe che tagliano gli alberi.

Finora questa tesi non ha ottenuto il sostegno della magistratura. Già nel 2013 Resolute aveva citato per diffamazione Greenpeace Canada davanti alla Corte superiore dell’Ontario chiedendo un indennizzo di 5 milioni di euro. La causa è ancora in corso, ma gli attacchi legali di Resolute hanno subito una battuta d’arresto il 9 marzo 2017, quando la Corte d’appello dell’Ontario ha definito “scandalose e vessatorie” le accuse di Resolute nei confronti di Greenpeace Canada. Resolute ha reagito rilanciando con un’accusa che mette sullo stesso piano Greenpeace e i clan mafiosi.

L’associazione ambientalista ha reagito parlando di Strategic Lawsuit Against Public Participation (cause strategiche contro la pubblica partecipazione): cause civili basate su accuse infondate che hanno come obiettivo l’intimidazione, il tentativo di soffocare le voci libere. E ricorda che la foresta boreale è la corona verde del pianeta: si estende per 16 milioni di chilometri quadrati – circa il doppio della foresta amazzonica – dall’Alaska alla Russia, passando per il Canada e la Scandinavia. Rappresenta oltre un quarto delle foreste rimaste sulla Terra e occupa più della metà del territorio canadese. Nonostante ciò, attualmente solo l’8 per cento della superficie forestale del Canada è protetto e molte aree sono minacciate.

Un rapporto appena reso noto dall’associazione ambientalista indica come importanti case editrici internazionali, tra cui Penguin Random House, HarperCollins, Simon & Schuster e Hachette acquistino carta da Resolute. Greenpeace invita queste case editrici internazionali a unirsi alla richiesta di tutelare la libertà di espressione e il diritto ad associarsi per la difesa di temi di interesse pubblico, come la conservazione delle foreste.

“Abbiamo sia le tecnologie che le risorse finanziarie per prevenire le peggiori conseguenze del cambiamento climatico: quello che non abbiamo è tempo da perdere”, commenta Jennifer Morgan, direttrice di Greenpeace International. “Bisogna agire subito e molte aziende hanno accolto le nostre richieste per arginare il global warming e l’inquinamento: da quelle della moda a quelle che producono olio di palma. Noi abbiamo 55 milioni di persone che ci danno online il loro supporto. Non credo che sia una buona politica sfidare il peso dell’opinione pubblica”.

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