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In 140 anni per arrivare a Proxima b con una sonda

140 anni per arrivare a Proxima b con una sonda
140 anni per arrivare a Proxima b con una sonda
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Uno studio pubblicato sull’Astrophysical journal letters ipotizza di usare il vento solare e vele grandi quanto dieci campi da calcio per accelerare e decelerare piccolissime sonde una volta arrivate a destinazione. Ci impiegheranno quasi un secolo e mezzo, un tempo molto più lento rispetto a quello ipotizzato da Hawking e la Breakthrough Initiative, ma con la possibilità di entrare in orbita attorno alla stella più vicina alla Terra e studiare il pianeta forse simile al nostro.
Spedire fino a Proxima centauri delle sonde in tempi “umani”, a un quinto della velocità della luce, è possibile, lo ha detto Stephen Hawking. Ma come si fa a frenare? Un nuovo studio spiega come, anche se servirà un po’ più di pazienza. Ci ci vorrà circa un secolo e mezzo invece che i 20 anni ipotizzati dal progetto Breakthrough Starshot del miliardario russo Milner. Ma invece di schizzar via con appena il tempo di scattare qualche foto, le sonde potranno inserirsi nell’orbita della stella per cercare e studiare con calma Proxima b, il pianeta scoperto nel 2016 che le ruota attorno nella fascia di abitabilità. Il tutto grazie a vele solari ed energia gratis offerta dalle stelle.

Viaggio verso Proxima b, in 140 anni sfruttando le vele solari

Invece di accelerare fino a 60.000 chilometri al secondo, servirà un’andatura di crociera più modesta. “Appena” 13.000 chilometri al secondo per raggiungere Alpha Centauri in 95 anni. E poi altri 46 fino a Proxima Centauri, la nana rossa con il pianeta che si spera sia “gemello della Terra”.
Un “vento” diverso. Il progetto di Milner, sostenuto, oltre che dall’astrofisico inglese anche da Mark Zuckerberg, prevede sparare raggi laser da terra per colpire delle speciali vele alle quali sono agganciate le sonde, per accelerarle. Secondo l’ipotesi di  Heller e Hippke il dispendioso raggio super energetico non servirà più. Basterà sfruttare il flusso di fotoni proveniente dal Sole. Una spinta debolissima in grado però, sul lungo periodo, di generare velocità incredibilmente alte.
Per fare tutto questo occorre però anche pensare a vele diverse. “Spinnaker” di grafene, sottilissimi e grandi all’incirca come dieci campi da calcio, in modo da catturare abbastanza fotoni per accelerare apparecchi che dovranno pesare pochissimo, circa dieci grammi. Una volta arrivate nei pressi di Alpha Centauri, lo stesso sistema utilizzato per accelerare servirà anche per frenare, usando, in maniera inversa, il “vento” di fotoni proveniente dalla stella.
L’ultimo passaggio. Da qui in poi sarà tutto affidato a quello che gli autori della ricerca chiamano “assist fotogravitazionali”. Di nuovo, l’accelerazione prodotta dai fotoni questa volta combinata con l'”effetto fionda” generato dalla gravità della stella. Quest’ultima spinta sarà quella definitiva verso Proxima Centauri, la terza stella del gruppo, più lontana dalle altre due.
Dopo varie orbite ellittiche, il passo finale sarà avvicinarsi a Proxima b, quel pianeta roccioso, poco più grande della Terra, alla distanza giusta per ipotizzare che sulla sua superficie possa trovarsi acqua allo stato liquido. Per ora l’unico altro posto nell’Universo dove possiamo sperare di osservare così da vicino eventuali tracce di vita fuori dal Sistema solare.
I freddi calcoli di Heller e Hippke dipingono, purtroppo, una realtà molto meno ottimistica degli annunci precedenti. Ad attendere quei dati (ai 140 anni di viaggio dobbiamo aggiungere i 4,3 anni che ci impiegherebbe il segnale inviato dalle sonde per arrivare fino alla Terra) ci saranno i nostri pronipoti. Ma si tratterebbe comunque di un grande salto in avanti. Se dovessimo imbarcarci ora alla massima velocità possibile con motori a propulsione ci impiegheremmo circa 100.000 anni.

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