ZYGMUNT BAUMAN: “I SOCIAL MEDIA SONO UNA TRAPPOLA”

ZYGMUNT BAUMAN I SOCIAL MEDIA SONO UNA TRAPPOLA
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Zygmunt Bauman ha appena festeggiato il suo 90° compleanno e preso due voli dalla sua città, nella parte settentrionale britannica di Leeds, per arrivare ad un evento a Burgos, nel nord della Spagna. Ammette di essere stanco all’inizio dell’intervista, ma riesce ancora ad esprimere le sue idee con calma e in modo chiaro, prendendosi del tempo per ogni risposta perché odia dare risposte affrettate e semplici a domande complesse.  Lui è diventato una figura di spicco all’interno del campo sociologico proprio in riferimento alla sua teoria sulla modernità liquida, alla fine degli anni 90. Il suo lavoro parla della disuguaglianza e critica la politica in riferimento al soddisfacimento delle aspettative dei cittadini, nel complesso, costituito da una visione pessimistica del futuro della società.

Bauman nasce in Polonia nel 1925, i suoi genitori fuggono in Unione Sovietica dopo l’invasione tedesca nel 1939. Nel 1968, dopo essere stato privato del suo posto di insegnante ed espulso dal Partito Comunista insieme ad altri migliaia di ebrei, a seguito della guerra dei sei giorni, ha lasciato tutto per andare, nel Regno Unito, ad assumere un incarico all’università di Leeds dove è ora professore di Sociologia. Il suo lavoro è stato premiato con numerosi premi internazionali.

Egli sostiene che il mondo stia pagando un alto prezzo per la rivoluzione neoliberale che ha avuto inizio nel 1980 e che la ricchezza non è arrivata all’interno della nostra società. In “Cecità Morale”, pubblicato lo scorso anno con il co-autore Leonidas Donskis, viene presentata la perdita del senso di comunitàche sta avvenendo nel nostro mondo, sempre più individualista. Il suo pensiero è ben visibile e captabile in tutti i suoi libri.

“Potremmo descrivere ciò che sta accadendo in questo momento, come una crisi della democrazia, il crollo della fiducia: la convinzione  che i nostri leader non sono solo corrotti o stupidi ma inetti. Il potere è stato globalizzato, ma la politica resta locale come prima. La politica ha le mani tagliate. Le gente non crede più nel sistema democratico, perché non mantiene le sue promesse. Lo vediamo, ad esempio, con la crisi migratoria: è un fenomeno globale, ma agiamo ancora in maniera arcaica ed ignorante. L’attuale crisi della democrazia è una crisi delle istituzioni democratiche”.

In quale direzione oscilla il pendolo che descrive la libertà ed il grado di sicurezza in questo momento?

“Si tratta di due valori che sono tremendamente difficili da conciliare. Se si vuole più sicurezza, si dovrebbe avere più libertà. Questo dilemma è destinato a continuare per sempre. Quarant’anni fa eravamo convinti che la libertà fosse trionfata ed abbiamo avviato un’orgia di consumismo. Tutto sembrava possibile: automobili, case… Il campanello d’allarme è scoccato nel 2008, un anno amaro, con finanziamenti prosciugati. La catastrofe, il collasso sociale che ne è seguito ha colpito in particolar modo le classi medie, trascinandole in una situazione divisibile precarietà: non sanno se la loro azienda stia per fondersi con qualcos’altro, se saranno licenziati etc etc…Il conflitto non è più tra le classi, matra ogni persona nella società. Non vi è solo mancanza di sicurezza ma anche mancanza di libertà”.

Lei dice che il progresso è un mito, perché la gente non crede che il futuro potrà essere migliora che il passato?

“Siamo in un periodo ambivalente, reduci da momenti di massima incertezza e dall’aver constatato che i vecchi modi di fare le cose non funzionano più. Non sappiamo che tipo di sostituzione sta per avvenire. Stiamo sperimentando nuovi modi di fare le cose. Le politiche di austerità continueranno, nessuno li potrà fermare, ma potrebbe essere ancora efficace ricercare nuovi modi di fare le cose”.

Lei è scettico del modo in cui la gente protesta attraverso i social media, il cosiddetto “attivismo poltrona”, e dire che internet viene considerato un intrattenimento a buon mercato. Cosa dice? le reti sociali sono il nuovo oppio dei popoli?
“La questione dell’identità è cambiata: è necessario creare una comunità. Ciò che i social network possono creare è un sostituto della comunità. La differenza tra una comunità e una rete è che alla comunità si appartiene mentre la rete appartiene a voi. Ci si sente potenti, si sente di averne il controllo. E’ possibile aggiungere amici se lo si desidera, è possibile eliminarne e, come risultato, tutta le gente si sente un po’ meglio, perché la solitudine, l’abbandono sono le grandi paure della nostra epoca individualista. Ma è così facile aggiungere o rimuovere amici su internet che le persone non riescono ad apprendere le vere abilità sociali, che è necessario avere quotidianamente per strada, sul posto di lavoro. I social media non ci insegnano il dialogo, anzi ci inducono ad evitare le polemiche… Ma la maggior parte delle persone che utilizzano i social media non hanno l’intento di unire, di aprire i propri orizzonti, ma, al contrario, circoscriversi una zona di confort in cui essere unici, dove le uniche cose visibili sono i riflessi del proprio volto. I social media sono molto utili, forniscono piacere, ma sono anche una grande trappola.

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