Via libera al Freedom of Information Act italiano

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Il Cdm ha varato il decreto trasparenza. Una rivoluzione, per il premier Renzi e il ministro Madia. Ma i cittadini potranno davvero richiedere tutti i documenti e i dati che vogliono alle amministrazioni? E se queste si rifiutano saranno sanzionate? “Passo in avanti, ma troppe deroghe”, dice Riparte il futuro, l’organizzazione che ha raccolto 88 mila firme online per ottenere il Foia anche in Italia

Anche l’Italia ha il suo Foia, il Freedom of information act. La possibilità cioè per qualunque cittadino, a prescindere da un interesse diretto, quindi senza doverlo giustificare, di richiedere alla pubblica amministrazione dati e documenti. Oggi il Consiglio dei ministri ha approvato in via definita il primo decreto di attuazione della riforma Madia, noto come decreto “trasparenza”, anche da noi si passerà quindi dal bisogno di conoscere aldiritto di conoscere, from need to right to know, nella definizione inglese di Foia. Ci arriviamo da buoni ultimi, visto che già è applicato in oltre 90 paesi, gli Stati Uniti ce l’hanno dal 1966, la Svezia addirittura dal 1766 due secoli prima, seppur in forma primitiva. Siamo dunque a un passo dal controllo sociale di 60 milioni di cittadini sull’azione pubblica? All’arma finale contro la zona grigia di illeciti e sprechi? All’amministrazione come “casa di vetro”, cara a Filippo Turati?

Le correzioni. Il testo iniziale, presentato dal governo il 20 gennaio scorso, è stato corretto in molte parti (quasi un’eccezione per le riforme delegate dal Parlamento al governo). Merito anche della società civile e di Foia4Italy, la rete di 30 associazioni, che prima ha lanciato la petizione e raccolto online 88 mila firme (erano 82 mila quando sono state consegnate al ministro Madia dieci giorni fa), poi è stata coinvolta in tutto l’iter parlamentare con tanto di audizioni in commissione Affari Costituzionali. Rispetto alle perplessità iniziali, molti nodi sembrano sciolti. Secondo quanto si legge nella nota odierna di Palazzo Chigi, nel testo definitivo (che sarà disponibile forse già da domani) il Governo recepisce tutte le condizioni poste dalle commissioni parlamentari nei loro pareri. Ossia, sarà eliminato il silenzio-diniego, ovvero l’automatico rigetto della domanda di accesso agli atti se l’amministrazione non risponde entro 30 giorni. Il rifiuto dovrà essere sempre motivato. La richiesta di documenti sarà gratuita (si paga solo la riproduzione sui supporti materiali), non dovrà per forza essere iper-precisa, di regola sarà inoltrata online e ogni amministrazione indicherà un desk telematico o un ufficio-sportello unico per evadere questo tipo di richieste. Il cittadino avrà un’altra via, aggiuntiva al Tar, per ricorrere in caso di diniego totale o parziale. Verrà creato un Osservatorio per monitorare l’attuazione del Foia. E sarà l’Autorità anticorruzione di Cantone a definire i casi in cui la pubblicazione integrale dei dati deve essere rimpiazzata (per semplificare e ridurre i costi) da “informazioni riassuntive”. E soprattutto sarà l’Anac a stilare le linee guida con tutte le deroghe previste, “a tutela di interessi pubblici e privati”.

Punti deboli. Proprio le eccezioni al Foia – assieme alla mancata previsione di sanzioni per le amministrazioni che si rifiutano di rispondere al cittadino – rappresentano il punto più critico del decreto trasparenza. “Il bilancio è comunque positivo”, ammette Federico Anghelè, campaigner di Riparte il futuro, l’organizzazione per le campagne digitali che in questi anni ha raccolto in totale 3 milioni di firme (l’ultima “SaiChiVoti” per chiedere ai candidati sindaci trasparenza sui nomi inseriti nelle liste in termini di curriculum, conflitti di interesse potenziali, situazione finanziaria, hanno aderito sin qui tra gli altri Meloni, Giachetti e Raggi a Roma). “È un enorme passo avanti, avremo finalmente in Italia un diritto di accesso generalizzato, un accesso civico come esiste in oltre 90 paesi nel mondo”. Detto questo però, “le eccezioni così come previste ci sembrano davvero o troppo ambigue o troppo vaghe o troppo ampie”.

Interessi economici e commerciali. Saranno sempre preservati dalle richieste, sia quelli delle persone fisiche che giuridiche. In questa categoria sono ricompresi la proprietà intellettuale, il diritto d’autore, i segreti commerciali. Cosa significa in concreto? “Che non si può fare domanda per vedere i bandi degli appalti”, spiega Anghelè. “Se il cittadino vuole capire come mai alla mensa dell’asilo si mangia così male, non riuscirà ad ottenere il contratto firmato dall’amministrazione con la ditta vincitrice dell’appalto”.

Indagini sui reati. Un’eccezione oltremodo ampia, “perché può essere importante sapere se il bar sotto casa è coinvolto in un’indagine in corso perché ad esempio non rispetta i parametri di igiene e sarebbe utile saperlo prima della chiusura dell’indagine”.

Politica e stabilità economica e finanziaria dello Stato. “Detto così può essere tutto. Ad esempio, anche la richiesta al ministero dell’Economia di conoscere quanti sono realmente i titoli derivati acquistati dallo Stato italiano”. Richiesta realmente avvenuta, racconta ancora Anghelè. Com’è andata a finire? “Dati negati, ricorso al Tar del Lazio che ha stabilito il non diritto di avere l’informazione”. Cosa cambierà ora? “Nulla, a meno che questa eccezione non sia definita meglio”. Anche chiedere informazioni o documenti sulle quattro banche fallite, ad esempio, a Bankitalia e Consob sarà impossibile. Così come avere accesso a tutti i dati a disposizione delle Authority.

Libertà e segretezza della corrispondenza. Tutelate dalla Costituzione, ma quando è importante conoscere il contenuto di certa posta? “A livello internazionale è successo con Hillary Clinton e le informazioni segrete sull’attacco al consolato Usa di Bengasi in Libia che lei aveva fatto transitare nella sua casella di posta elettronica privata. I giornalisti americani hanno invocato il Foia e le hanno divulgate”. Da noi invece tutto ciò che ricade nella sfera della sicurezza nazionale e dei segreti di Stato sarà ben difficilmente accessibile. Anche il capitolo di deroghe relativo alle “relazioni internazionali” sembra assai ampio.

Anac e società civile. “Quello che chiediamo ora al governo – dice Anghelè – è di poterci sedere al tavolo con Anac per stendere le linee guida, ricevedere le eccezioni, numerose e poco circostanziate.La società civile è stata protagonista sin qui, come non mai. Perché isolarla ora?”

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