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Quasi mille dispositivi della Apple sono nel mirino degli investigatori italiani

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La società di Cupertino dà notizia delle richieste di accesso che – nei primi 6 mesi dell’anno – le nostre autorità le hanno indirizzato per iPhone e iPad. Domande anche per iCloud, dove ci sono tutti i dati sensibili delle persone, dalle mail ai documenti.

Succede in tutto il mondo, capita anche in Italia. La Polizia, i Carabinieri, la Finanza investigano sulle persone e provano ad esaminare – a un certo punto – i loro dati più personali. La conferma arriva dal rapporto che la Apple pubblica ogni sei mesi, fin da gennaio 2013, per fare il punto sulle richieste che ha ricevuto dalle “government agencies”, dalle agenzie governative, dagli inquirenti.

Richieste che prendono di mira dispositivi della Apple (soprattutto iPhone e iPad) e account della Apple (come iTunes e iCloud). Richieste che puntano a strappare – dalla privacy di persone sotto inchiesta – elementi utili alle indagini.

Il punto del rapporto che più impressiona riguarda iTunes, dove noi compriamo canzoni, video o film; e soprattutto iCloud, dove è custodito e replicato l’insieme dei nostri dati. La Apple ne è consapevole. In questo spazio virtuale – scrive – ci sono le fotografie della persona, ci sono i suoi documenti, i siti preferiti, i contatti, le e-mail. Come dire tutto.

Tra gennaio e giugno del 2016 – periodo in esame nell’ultimo rapporto – Apple ha ricevuto 45 richieste di accesso dal nostro Paese, relative a 54 account personali. Ora la società statunitense chiarisce che concede dati su questi account solo nel caso gli investigatori abbiamo un mandato di perquisizione; soltanto quando la loro richiesta appare proporzionata e ragionevole; soltanto se la concessione dei dati non mette in pericolo la vita di una persona (supponiamo un dissidente politico) oppure di minori. Per questo, appena 17 account sono stati “aperti” alla curiosità dei nostri inquirenti.

Peraltro Apple “avverte la persona” bersaglio della richiesta, “a meno che le agenzie governative non ci abbiano vietato di farlo” perché decise a proteggere la segretezza delle indagini. E l’apertura in un account o di un dispositivo non è mai totale. Si cerca di trasferire agli investigatori “il minor numero di elementi possibile”.

Una sola volta, Apple ha concesso una corsia preferenziale e permesso l’accesso immediato – ad un dispositivo, ad un account – pressata da una richiesta urgentissima delle autorità italiane. In questo modo, l’azienda ha cercato di aiutare una persona che si trovava “in pericolo di morte oppure in una condizione di grave pericolo”. I casi di apertura-lampo sono limitati, se ne contano 171 nel mondo.

Su scala mondiale, ecco la classifica delle richieste per account personali:

– Stati Uniti in testa, con 9090;
– Cina 1560;
– Regno Unito 310;
– Germania 244.

Quasi mille dispositivi della Apple sono nel mirino degli investigatori italiani
 Il numero di richieste delle autorità italiane ad Apple

Molto alto è il numero di richieste che arrivano per i dispositivi fisici (come l’iPhone o l’iPad). L’Italia ha recapitato 946 domande (nei sei mesi del rapporto), domandando di entrare in 1615 apparecchi della Mela (una stessa persona può avere più macchine). Ma in questo caso la società statunitense sdrammatizza il fenomeno. Nella “maggioranza dei casi”, utenti italiani hanno perso il loro apparecchio oppure ne hanno subìto il furto. Quindi hanno fatto denuncia alle autorità, che hanno chiesto ad Apple di rintracciare o bloccare i dispositivi.

In ogni caso, Apple ha fornito dati per 603 dispositivi italiani (nei sei mesi in esame).

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