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Quando certi stereotipi influenzano le bambine, ”Lui è più smart di me”

Quando certi stereotipi influenzano le bambine, ''Lui è più smart di me''
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Uno studio Usa sostiene che già a 6 anni le ragazzine si sentano meno forti dei maschi. E sono loro a esserne influenzate, associando l’intelligenza e l’abilità più spesso di quanto non facciano i loro coetanei all’altro sesso invece che al proprio. E scegliendo di conseguenza.

Quando lo stereotipo di genere della capacità intellettuale come caratteristica maschile comincia ad insinuarsi nelle nostre menti? E quando le bambine, iniziano a ritenere i maschi più intelligenti, più brillanti, più smart come dicono gli anglosassoni? Esattamente a sei anni. Proprio così: già da piccole, le donne tendono più degli uomini ad associare l’intelligenza all’altro sesso, e a ad evitare, più dei loro coetanei, le attività per le quali è richiesto essere “really really smart“.

È questo quanto sostiene uno studio pubblicato su Science (Gender stereotypes about intellectual ability emerge early and influence children’s interests) e condotto da ricercatori dei dipartimenti di psicologia e filosofia delle università di New York, dell’Illinois e di Princeton. “La nostra società  – spiegano gli autori in una nota rilasciata dalla New York University – tende ad associare l’abilità intellettuale agli uomini più che alle donne. Noi abbiamo voluto indagare se anche i bambini aderiscono a questo stereotipo”, che è potente, in grado di avere effetti immediati sugli interessi dell’infanzia – dicono  – e di influenzare percorsi e anche carriere future.
Già a sei anni i bambini sono influenzati nei loro giudizi e nelle loro scelte da stereotipi di genere sull’intelligenza secondo uno studio Usa pubblicato su Science. Le bambine di 6-7 anni tendono più spesso dei loro coetanei maschi ad associare l’essere molto smart all’altro genere. E a scegliere di conseguenza attività e interessi. Secondo gli studiosi, questa risposta precoce alle pressioni dell’ambiente dà origini a decisioni che influenzano di fatto la libertà di scelta delle donne: di studio, di carriera
Per capirlo hanno arruolato 96 bambini e bambine, 48 maschi  e 48 femmine, di 5, 6 e 7 anni,  di una piccola città del Midwest degli Stati Uniti sottoponendoli a una serie di test. Nel primo, a tutti i bambini è stato raccontata la breve storia di una persona really really smart “, molto, molto intelligente”, evitando qualunque indicazione sul sesso del protagonista. A cinque anni, la probabilità di associare la caratteristica l’intelligenza a un personaggio del proprio genere è stata simile nei due sessi. Ma a sei e sette anni, le bambine si sono dimostrate  significativamente meno propense rispetto ai loro coetanei maschi ad associare quel giudizio al proprio genere. Un dato statisticamente indipendente – spiegano gli autori – dall’origine socioeconomica o etnica del campione. Come dire: nessuno si senta escluso.
”Andare bene a scuola” non c’entra. In una successiva serie di questionari, i bambini hanno dovuto indicare quali di quattro ragazzi di una famiglia immaginaria, due maschi e due femmine, “ottiene i voti migliori a scuola.” In questo caso non c’è stata differenza significativa tra le bambine più grandi e quelle più piccole nell’associare a persone del loro stesso genere il successo a scuola. Evidentemente – secondo gli autori – per le bambine la percezione del successo scolastico era separata dall’essere smart, brillanti.
Giochi ”intelligenti”. In un altro esperimento, a tutti è stato chiesto di scegliere un gioco per  “bambini che sono davvero davvero intelligenti” oppure a uno per  “bambini che si impegnano davvero davvero duramente” (in realtà i due giochi erano tra loro molto simili). A 6-7 anni (non a 5) le bambine si sono dimostrate significativamente meno interessate al gioco per intelligenti di quanto non lo siano stati i maschi. Nessuna differenza tra maschi e femmine è stata invece verificata per il gioco che richiedeva di impegnarsi duramente.
Una giovane età che spezza il cuore. I risultati secondo Science indicano una tendenza ”preoccupante”, dato che le aspirazioni di carriera dei ragazzi e delle ragazze sono modellati  – si legge sulle colonne della rivista – sulla base di stereotipi di genere. Sara-Jane Leslie, del dipartimento di filosofia di Princeton e tra gli autori dello studio ha detto: “Precedenti lavori hanno già dimostrato che le donne adulte hanno meno probabilità di raggiungere livelli di istruzione più elevati nei campi nei quali si ritiene indispensabile intelligenza, brillantezza, questi nuovi risultati mostrano che questi stereotipi cominciano a influenzare le scelte delle ragazze a una giovane struggente (heartbreakingly, ndr) età”.
La pressione dell’ambiente. “Il cervello degli esseri umani è poroso, permeabile all’ambiente, che ci modifica e che modifichiamo – esordisce Carmela Morabito, docente di psicologia cognitiva e storia delle neuroscienze all’università di Roma Tor Vergata -. Questa capacità di plasmarsi favorisce l’adattamento e lo sviluppo delle nostre funzioni cognitive superiori, ha un significato evolutivo preciso, ma, anche, limita la possibilità di scelta: le bambine si adattano a quello che direttamente o indirettamente viene loro chiesto di essere o sembrare. Nel nostro Paese questo è piuttosto evidente se si guarda al rapporto tra donne e scienza: alle scuole elementari e anche in seguito per la verità le performance delle bambine sono migliori di quelle dei maschi. Anche in matematica o in fisica, ritenuti dalla tradizione campi di interesse ‘maschili’. Ma quando si tratta di scegliere il loro futuro le ragazze seguono stereotipi classici, pur avendo lo stesso equipaggiamento intellettuale”.
La questione donne e scienza. Solo il 5% delle quindicenni italiane sogna di intraprendere una carriera scientifica, e le ragazze che all’università scelgono discipline Stem (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica) sono in Italia decisamente meno  numerose dei ragazzi, e se si guarda in particolare al numero dei neoingegneri e neoinformatici  le donne rappresentano poco più del 20% del totale. Su scala più globale, stando a dati Unesco solo 30 per cento dei ricercatori scientifici di tutto il mondo è di sesso femminile, una percentuale che sta crescendo negli anni, ma ancora molto lontana dal pareggio.
“Le cose vanno meglio, nel senso che le percentuali tendono a equivalersi,  per le discipline biomediche  – aggiunge Morabito – per le quali il rapporto uomini-donne tende a un maggiore equilibrio. Ma in questo caso si tratta di carriere legate alla cura degli altri: ancora una volta quindi siamo nello stereotipo”. E in ogni caso, aggiunge “anche se di donne medico se ne contano più o meno quanti gli uomini, di chirurghe ce ne sono davvero poche”.
“Tra maschi e femmine – riprende – esistono differenze che diversi studi statistici, sottolineo statistici, hanno individuato. Per esempio saremmo diversi per la capacità di scandagliare lo spazio individuando dettagli, o di orientarsi, o per l’abilità di linguaggio. Secondo i biologi evoluzionisti queste differenze avrebbero a che fare con i ruoli antichi degli uomini e delle donne: la caccia, la raccolta, la cura dei cuccioli, eccetera.  Il problema è che la psicologia evoluzionistica  ha cavalcato queste differenze, finendo  paradossalmente per sostenerle”.
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