Psicologia e Gnosi

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La psicologia del profondo è una forma della gnosi, un’erede dello gnosticismo, una declinazione dell’eresia doceta

Gnosi significa “conoscenza”, conoscenza, diremmo, sperimentale, “cognitio experimentalis” dei misteri divini e conoscenza della propria origine divina. Come sosteneva il già citato Teodoto ciò che rende liberi gli uomini (non tutti gli uomini, ovviamente, ma appunto, in ragione della loro pretesa elezione, gli gnostici ovvero gli spirituali o pneumatici) è la conoscenza di cosa essi un tempo, prima della storia stessa, sono stati. Nella gnosi vige quella che potremmo definire una “soteriologia dell’autoconoscenza” e, di converso, una svalutazione della fede. In altri termini il pensiero prevale sul sentimento e già Kierkegaard considerava centrale nello gnosticismo il fatto di attribuire supremazia al pensiero.

Il sapere è propriamente tale là dove redime, libera. Tale sapere è soprarazionale e non acquisibile attraverso le mediazione della ragione, è segreto, esoterico, trasmesso da maestro a iniziato, ed eretico nel senso anche originario del termine, ovvero d’una “scelta”, scelta dell’interiorità, scelta che si contrappone fatalmente ai canoni dominanti. Ma il sapere che libera e salva è appunto il sapere reclamato dalla psicologia dinamica, al punto che Trevi ha potuto definire la psicoanalisi “il più autorevole e diffuso sistema gnostico e salvifico del nostro secolo” . E sul fatto che la psicologia ha senso se è psicologia della liberazione (e della liberazione individuale) concordano psicoanalisti distanti nel tempo ma vicini nell’ispirazione come Otto Rank e Aldo Carotenuto , oltre agli psicologi della “terza forza”, ivi compresi i vari gruppi di “New Age” etc..

Occorrerà dire, però, che nella gnosi si tratta in genere d’una salvezza da questo mondo, laddove nella psicologia dinamica la salvezza si gioca tutta in questo mondo. Se la gnosi libera da questo mondo, dal principe di questo mondo, dal male di questo mondo e, potremmo aggiungere ricorrendo al linguaggio gnostico (che è anche paolino), dagli arconti o reggitori di questo mondo, la psicologia si propone di liberare, ad esempio, dai complessi, dalle coazioni a ripetere, dalle corazze caratteriali, dalle nevrosi etc.. Complessi, coazioni etc. costituiscono l’analogia psicologica di demoni, arconti e di ogni potenza malvagia. E, tuttavia, sulla possibilità di attingere a tale salvezza intramondana, ovvero sulla effettività della terapia psicoanalitica, già i pionieri della psicoanalisi nutrivano non pochi dubbi. Le cronache psicoanalitiche riportano la profezia di Ludwig Jekels secondo cui si sarebbero pagate a caro prezzo le speranze riposte nella effettività della terapia psicoanalitica …

La stessa psicologia analitica può a giusto titolo essere considerate l’erede occidentale della curvatura docetica di gran parte dell’eresia gnostica. Nella psicologia analitica è in gioco infatti, per così dire, un primato dell’immagine e dell’immaginazione, primato inaccettabile per la teologia, inaccettabile perché è tale da mettere in serio pericolo le ragioni della trascendenza.

Ma il sapere perfetto reclamato dagli gnostici non manca di gettare una sua perversa ombra, ombra che può essere declinata come “paradosso della coscienza”. Se è vero che gli gnostici sono al mondo per realizzare la loro uscita dal mondo, se la storia è soltanto l’intervallo della loro prigionia mondana, è anche vero che tale uscita dal mondo sarà finale, definitiva, allorché, per esprimerci nel linguaggio che agli gnostici hanno prestato gli eresiologi, saranno raccolte tutte le semenze di luce sparse nel mondo, ovvero allorché gli gnostici avranno realizzato una perfetta coscienza.

La realizzazione d’una perfetta coscienza abolisce per ciò stesso il mondo. Fare conoscenza è operare a favore della distruzione del mondo. Questa relazione tra coscienza e distruzione è stata assunta anche da Jung. Da una parte si tratta per l’uomo di fare coscienza, dall’altra il fare coscienza significa, da un punto di vista psicologico, ritirare le proprie proiezioni, vale a dire, in altri termini, ritirare o sospendere il mondo stesso.

E qui l’implicazione è chiaramente schopenhaueriana. “Il mondo è una mia rappresentazione” diventa con Jung “Il mondo è la mia psicologia”. In questa ottica il problema della consapevolezza, ovvero dell’impossibilità, ai fini dell’individuazione (ovvero dell’integrazione della personalità nella sua interezza), di tenere scissi aspetti anche negativi di sé porta il discorso su quel tipo di sapere che potremmo chiamare “etico”.

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