Museo Tecnologico: Il mulino da seta Bolognese

Museo Tecnologico: Il mulino da seta Bolognese
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Industria antica
Dal XVI al XVIII secolo il setificio bolognese ha proposto prodotti d’eccellenza assoluta nei confronto con altri centri. Questa fama riguardava filati lavorati a macchina e un tessuto leggero e uniforme, Il velo. Era una supremazia basata sull’introduzione di importanti innovazioni sul piano delle tecniche delle macchine da utilizzare, dell’uso delle fonti dì energia, dell’organizzazione del lavoro, della gestione della produzione. I filati venivano lavorati in un’area circoscritta del territorio urbano dove operavano più dì cento mulini da seta azionati da ruote idrauliche collocate nelle cantine, alimentate da un articolato sistema dì condotte sotterranee che distribuiva a rete l’acqua dei canali. In questi opìficì c’era già il sistema dì fabbrica. Uomini e bambini erano al servizio delle macchine, poste su più piani, che torcevano autonomamente ogni giorno migliaia e migliaia di fili. Oltre duecento quintali di velo all’anno venivano tessuti da migliaia di tessitrici che lavoravano a domicilio. Questo network urbano ruotava intorno ad alcune decine di mercanti/imprenditori che. Come moderni capitalisti, controllavano tutte le diverse fasi del ciclo produttivo, gestendo anche i traffici commerciali e le relative operazioni finanziarie

Il Velo Dipinto
Il termine velo indica ancora oggi un tessuto finissimo, leggerissimo trasparente o semitrasparente, che ricopre oggetti o parti del corpo secondo gli schemi della moda da o del costume.
Rintracciarne la presenza nell’arte europea significa “dare visibilità” ad un prodotto che per lungo tempo ha contribuito alla fama di Bologna. Ma anche confrontarsi con le convenzioni figurative dell’epoca, con l’evoluzione del costume, con diverse espressioni stilistiche. La fortuna del velo bolognese e delle sue imitazioni, come completamento dell’abbigliamento e dell’acconciatura; di fatto testimoia una diffusione e una continuità d’uso nei secoli. In area italiana, ma anche in altri paesi europei, dal Duecento all’Ottocento il velo ha svolto la funzione di celare, coprire, ornare, assumendo di volta in volta significati assai diversi.
La ricerca sulla pittura ha documentato la presenza del velo in ltalia, Paesi Bassi, Germania. Inghilterra e, in misura minore, in Francia e in Spagna.
Contrariamente ai tessuti operati; damaschi, velluti, broccati. che mutavano e si rinnovavano periodicamente con cadenze anche ravvicinate, il velo di seta conservava inalterate nel tempo le sue caratteristiche di intreccio, trasparenza, semplicità. Ciò nonostante partecipava alle trasformazioni di quel complesso di segni e simboli costituito oggi, come in passato, dall’abbigliamento.

Museo Tecnologico: Il mulino da seta Bolognese
Museo Tecnologico: Il mulino da seta Bolognese

Il mulino da seta bolognese
La più antica memoria del mulino da seta alla bolognese risale al 23 giugno 1341, con licenza concessa dal Consiglio Comunale a Bolognino di Borghesano da Lucca al fine di utilizzare l’acqua di un canale cittadino per un “molendinum sive filatorium”.
Difficile è immaginare le grandi difficoltà che i costruttori di mulini da seta idraulici (falegnami, “macchinisti”, maestri e “fabbri di filatoi”) dovettero affrontare e superare per mettere a punto la nuova forza motrice ed evitare che i fili di seta (materia delicatissima) si rompessero se sottoposti alla trazione meccanica della ruota idraulica.
L’innovazione sulla forza motrice produsse a monte del ciclo produttivo altre innovazioni di processo che riguardavano le tecniche di trattura, allo scopo di produrre fili più uniformi, quindi più resistenti con l’avvio di forme di standardizzazione del prodotto. Inoltre il filatoio lavorava solo fili di seta greggia avvolti in rocchetti, mentre dalla trattura giungevano alle macchine filati in matasse. L’operazione che svolgeva il filo in matasse per vvolgerlo in rocchetti era nota come “incannatura” e veniva eseguita da donne che lavoravano a domicilio. Ad esempio per produrre in un anno 800 libbre di trama con 4 piccoli filatoi governati da 8 operai maschi, ci voleva il lavoro di circa 150 lavoratrici a domicilio per l’incannatura. La crescita delle dimensioni dei mulini e del numero dei filatoi al loro interno rendeva questa organizzazione inadeguata sia sul piano della quantità di prodotto necessario per le macchine, sia per il controllo della qualità che i filatoi richiedevano (senza trascurare i costi). A Bologna tra i secoli XV e XVI si realizzò la meccanizzazione dell’incannatura, ideando e dislocando sotto il tetto dei mulini da seta incannatoi meccanici (indicati con il termine “tavelle”) mossi dagli alberi di trasmissione dei filatoi. In questi edifici circa 1/5 dello spazio era occupato dai banchi degli incannatoi meccanici generalmente posti all’ultimo piano. Pochi bambini e ragazzi dai 7 ai 18 anni pagati con salari bassissimi bastavano per alimentare gli incannatoi e sorvegliarne il funzionamento Gran parte del lavoro a domicilio femminile venne riciclato nella tessitura, pure a domicilio, del velo di seta, prodotto centrale insieme ai filati torti dell’export della produzione locale, che alla fine del secolo XVI era di circa 70 tonnellate all’anno tra filati e veli.

Il mulino da seta del museo
Il mulino da seta viene mostrato attraverso un grande modello funzionante in scala 1:2, di metri 3,40 di altezza e metri 2,30 di diametro che visualizza le diverse innovazioni presenti nei filatoi bolognesi del secolo XVII. Il modello gira 384 fusi, 96 per ciascuno dei 4 valichi circolari operativi dell’impianto, presentandone due a naspi e due a racchette. L’avvolgimento su rocchelle dava filo di trama mentre l’ordito presupponeva binature di filo torto e poi una successiva torcitura di queste con avvolgimento su naspi. Il titolo del filo (valore approssimativo della sua grossezza) veniva predefinito dalla velocità di torsione desiderata e ottenuta montando ingranaggi diversi chiamati stelle. Questa tecnologia non ha lasciato a Bologna tracce materiali e, custodita per secoli gelosamente come un segreto, neppure disegni o rappresentazioni, solo mappe, planimetrie e documenti cartacei dell’attività mercantile. Si è dovuto pertanto fare riferimento a disegni e a reperti materiali di altre aree, confrontando fonti non omogenee e di epoche diverse attraverso l’iconografia storica e l’archeologia industriale. Per la forma del modello è stato preso a riferimento il disegno dell’architetto tedesco Heinrich Schickhardt del 1599 realizzato a Trento per un filatoio di sicura provenienza bolognese. Il transfert era confermato dal Senato di Bologna che nel 1538 condannava con pena capitale in contumacia Cesare Dotano e Vincenzo Giovanni de Fradino (“fabrolignari”) per aver ..i, portato in quella città il segreto della macchina. Il modello è stato esposto per la prima volta alla XVII Triennale di Milano del 1986 in una esposizione dedicata alla storia del luogo del lavoro e successivamente al Lingotto di Tonno nella mostra “La cultura delle macchine” del 1989.

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