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Le classifiche degli ospedali che funzionano meglio: il nord primeggia, il sud insegue

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Agenas, l’agenzia sanitaria delle Regioni italiane, mette online l’edizione 2016 del Pne, ovvero Programma nazionale esiti. È uno strumento che, attraverso una serie di indicatori, rende conto della qualità dell’attività sanitaria.

Per fare un intervento cardio chirurgico di bypass è meglio andare al San Raffaele di Milano, chi non vuole incappare in un cesareo non necessario fa bene a rivolgersi a Carate Brianza. Agenas, l’agenzia sanitaria delle Regioni italiane, da oggi mette online l’edizione 2016 del Pne, ovvero Programma nazionale esiti, lo strumento che attraverso una serie di indicatori rende conto della qualità dell’attività sanitaria. Mortalità, rapidità di risposta, volumi di lavoro, vengono valutati per ogni struttura sanitaria, così da costruire il quadro del funzionamento della sanità nelle Regioni.

Quest’anno sul sito sono state inserite anche infografiche di facile lettura per tutti i cittadini, come quella sul cesareo, che resta  uno dei punti dolenti perché troppo diffuso nel nostro Paese, ma anche, ad esempio sulla mortalità per infarto rispetto alla quantità di lavoro svolto dalle singole strutture. La sintesi è che chi lavora di più perché affronta un maggior numero di casi, generalmente lavora anche meglio. Un esempio? La mortalità per l’infarto è molto più alta negli ospedali che fanno meno di 100 interventi su questa patologia all’anno, infatti si attesta intorno al 17% contro l’8% di chi sta sopra quella soglia. Se tutti i pazienti l’anno scorso fossero stati trasportati negli ospedali da più di 100 interventi, in Italia ci sarebbero stati 834 morti in meno per l’infarto.
“La qualità delle cure è in costante miglioramento, meno percepibile in alcune aree del Sud”, dicono da Agenas. Il presidente dell’Agenzia, Luca Coletto, sottolinea quanto sia importante la trasparenza in questo settore e come “la cultura della qualità di cura va garantita a tutti senza disparità”. Il direttore generale Francesco Bevere spiega che il Pne “comporterà una maggiore consapevolezza dei cittadini, rinsaldando il rapporto di fiducia verso il servizio sanitario nazionale, nonché la promoazione e diffusione anche tra i cittadini della cultura della qualità delle cure e della sua valutazione”.
Passando ad alcuni degli indicatori, uno tradizionalmente considerato fondamentale è quello che valuta la rapidità dell’intervento per la frattura del collo del femore. Va fatto prima possibile, cioè entro 2 giorni dall’arrivo al pronto soccorso, per evitare che l’anziano, che più di frequente va incontro a questo problema, subisca conseguenze anche gravi. Qui si vede un miglioramento. Nel 2010 in Italia solo il 31% di chi arrivava in ospedale con questa frattura veniva operato in 48 ore. L’anno scorso si è saliti al 55%. “Ma siamo ancora al di sotto dello standard internazionale atteso, superiore all’80%”, dicono da Agenas. Le Regioni che vanno peggio in questo settore sono Abruzzo, Molise, Campania e Calabria.
Ecco invece la classifica degli ospedali migliori.
Percentuale di fratture al femore operate entro 2 giorni (almeno 150 casi nel 2015)
1 – Istituto ortopedico Galeazzi, Milano – 97,39%
2 – Santa Maria della Scala, Imola – 91,65%
3 – Fondazione Poliambulanza, Brescia – 91,55%
4 – Ospedale Versilia, Camaiore – 90,03%
5 – Ospedale di Venere, Bari – 90,04%
6 – Careggi, Firenze – 89,11%
7 – Fondazione Macchi, Varese – 88,97%
8 – Ospedale Martini, Torino – 87,84%
9 – Ospedale Umberto I, Lugo di Romagna – 87,71%
10 – Policlinico Gemelli, Roma – 87,35%

Media italiana 54,64%
Per l’Oms, il limite massimo di cesarei è del 15% sul totale dei parti. Quelli in più che vengono fatti sono interventi inutili. In Italia la media era quasi del 30% nel 2010 e l’anno scorso è scesa al 25%. La Campania è la Regione che storicamente ha i numeri peggiori nel nostro Paese, visto che raggiunge una media del 50% ma con punte che in certe cliniche raggiungono addirittura il 90%. Le Regioni del Sud in generale vanno peggio e al Centro-Nord l’unica con un andamento simile in negativo è la Liguria.
Questa è la classifica degli ospedali migliori d’Italia in fatto di cesarei
Percentuale di parti cesarei (almeno 1.000 parti all’anno)
1 – Ospedale di Carate Brianza – 5,41%
2 – Ospedale di Lecco – 6,68%
3 – Ospedale del Ponte, Varese – 6,85%
4 – Ospedale Ramazzini, Carpi – 8,11%
5 – Fondazione Bambino Mamma, Monza – 8,41%
6 – Istituto clinico perfezionamento, Milano – 8,57%
7 – Ospedale dell’Est Veronese – 9,57%
8 – Ospedale di Montebelluna – 10,02%
9 – Ospedale Civile, Vimercate – 10,38%
10 – Azienda ospedaliera, Reggio Emilia 10,87%

Media italiana – 25,11%
La cardiochirurgia è una specialità che si misura abbastanza bene, visto che gli interventi che vengono realizzati in questi reparti super specialistici sono soprattutto due, il bypass e la sostituzione delle valvole. Anche qui lavora meglio chi lavora di più e si valuta la riuscita dell’intervento andando a vedere la mortalità dopo 30 giorni dall’uscita dalla sala operatoria. Ecco quali sono le eccellenze nel nostro Paese.
Bypass aortocoronarico mortalità a 30 giorni (strutture con volumi più alti, almeno 250 casi rilevati da Agenas a biennio)
1 – San Raffaele, Milano – 0%
2 – Cliniche Gavazzeni, Bergamo – 0,37%
3 – Santa Chiara, Trento – 0,50%
4 – Hesperia Hospital, Modena – 0,55%
5 – Spedali Civili, Brescia – 0,62%
6 – Fondazione Giovanni Paolo II, Campobasso – 0,66%
7 – Ospedale di Lecco, Lecco – 0,73%
8 – Città di Lecce, Lecce – 0,74%
9 – Poliambulanza, Brescia – 0,80%
10 – Ismett, Palermo – 0,85%

Media italiana, 2,36%
Altro tema fondamentale è quello dei volumi di attività. Chi lavora di più, solitamente, lavora meglio. Ad esempio per il tumore al polmone, si stima che se tutti i pazienti fossero operati dove si fanno almeno 150 interventi all’anno ci sarebbero 184 morti all’anno entro un mese dall’intervento. Il punto è che le strutture che superano quella soglia di operazioni sono 37 contro 110 che stanno sotto. Ecco chi lavora di più, e quindi presumibilmente meglio, in questo campo.
Numero di interventi annui per tumore al polmone
1 – Istituto europeo di oncologia, Milano – 420
2 – Istituto nazionale dei tumori, Milano – 352
3 – Azienda ospedaliera, Padova – 329
4 – Ospedale Sant’Andrea, Roma – 318
5 – Humanitas di Rozzano, Milano – 283
6 – Careggi, Firenze – 278
7 – Azienda ospedaliera, Pisa – 250
8 – Regina Elena, Roma – 244
9 – Spedali Civili di Brescia – 238
10 – Policlinico Gemelli, Roma – 232

Totale interventi in Italia 10.837
Il discorso è lo stesso per gli altri tipi di tumore, una patologia che ovviamente ha un andamento non legato solo dalla chirurgia ma a tutte le cure che si possono mettere in campo prima e dopo. E infatti si ritiene che misurare la mortalità a 30 giorni dall’intervento serva a valutare soprattutto la qualità della chirurgia. In generale i centri che operano troppo poco sono tantissimi, basti pensare che solo il 27% delle strutture che fanno interventi alla mammella hanno più di 150 pazienti l’anno. Tutte le altre lavorano meno.
Una delle novità del Pne 2016 è la valutazione che viene fatta delle aziende ospedaliere. In pratica vengono messi insieme tutti gli indicatori per capire come funzionano gli ospedali dove lavorano fianco a fianco medici ospedalieri e universitari. La valutazione si 7 aree cliniche serve a decidere se una struttura deve andare in piano di qualificazione perché ha troppi risultati negativi. “Nel 2015, a livello nazionale, le strutture che raggiungono livelli di qualità alti o molto alti sono il 14,7% del totale. Se gli stessi criteri fossero stati applicati nel 2010 sarebbero state il 9%. Il maggior numero di strutture ospedaliere con livelli di qualità molto alti sono in Lombardia, Friuli, Valle d’Aosta, Alto Adige. Un gradino sotto ci sono Trentino, Toscana, Sicilia e Molise. Il maggior numero di strutture di qualità bassa o molto bassa sono in Campania e Abruzzo, seguite da Sardegna, Puglia, Basilicata, Molise e Calabria.
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