La tragedia del passo Djatlov

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L’incidente del passo Djatlov rappresenta uno dei misteri più inquietanti e di difficile interpretazione del XX secolo, lasciando spazio alle ipotesi più varie e stravaganti sulle sue cause.

Tutto iniziò il 25 gennaio 1959, quando un gruppo di studenti e neolaureati dell’Istituto Politecnico degli Urali arrivò in treno nella città di Ivdel, nella parte settentrionale dell’oblast di Sverdlovsk, nella regione dei monti Urali. I dieci componenti della comitiva, capitanati dal ventitreenne Igor Alekseevic Djatlov, avevano intenzione di compiere un’escursione con gli sci di fondo verso il monte Otorten, partendo dal villaggio di Vizaj, che raggiunsero a bordo di un camion il giorno successivo. Si trattava di un percorso piuttosto difficile, data anche la piena stagione invernale, ma tutti i partecipanti avevano una notevole esperienza sciistica e di spedizioni di montagne. Il 27 gli sciatori si misero in marcia, ma il giorno dopo uno di essi, Jurij Efimovic Judin, si sentì male e tornò indietro. Attraverso i diari e le macchine fotografiche degli altri componenti del gruppo è possibile stabilire i loro movimenti sino al giorno dell’incidente: il 31 la spedizione raggiunse il bordo di un altopiano e, dopo aver depositato il cibo in eccesso e l’equipaggiamento che sarebbe stato necessario per il ritorno in una valle boscosa, il giorno dopo imboccò un passo (in seguito chiamato Djatlov dal capo degli escursionisti) che si apriva sul versante orientale del monte Cholatcachl, che nella lingua degli indigeni Mansi ha il poco benaugurante significato di “montagna dei morti”. L’obiettivo degli sciatori era quello di valicare il passo entro la giornata per accamparsi per la notte dall’altro versante, ma una tormenta di neve fece perdere loro l’orientamento, cosicché procedettero verso la cima del Cholatcachl, più ad ovest; decisero allora di accamparsi sul pendio del monte, in attesa di un miglioramento delle condizioni climatiche. Da quel momento, non esistono elementi in grado di aiutare a comprendere quello che accadde.

Il 20 febbraio, in assenza di qualsiasi notizia da parte degli escursionisti, i loro parenti fecero pressioni sul capo dell’istituto affinché fossero svolte indagini sulla loro sorte. Venne organizzata una prima missione di soccorso, composta da studenti ed insegnanti, poi, in assenza di risultati, intervennero anche la polizia e l’esercito, che utilizzò aerei ed elicotteri per esplorare il territorio. Finalmente, il 26 venne ritrovata la tenda, che apparve abbandonata e lacerata dell’interno, come se i suoi occupanti avessero usato un coltello o qualcosa di simile per uscirne; da essa partivano una serie di impronte di piedi che si dirigevano verso i boschi vicini, in direzione nord-est, ma scomparivano dopo mezzo chilometro. Proseguendo verso la foresta, i soccorritori trovarono infine i resti di un fuoco, ai piedi di un cedro, ed accanto ad esso i corpi di Jurij Nikolaeevic Dorosenko e di Jurij Alekseevic Krivoniscenko, due dei membri della spedizione, scalzi e seminudi. Ricerche più approfondite portarono alla scoperta di altri tre corpi (quelli di Djatlov, di Zinaida Alekseevna Kolmogorova e di Rustem Vladimirovic Slobodin), anch’essi semi-nudi, lontani l’uno dall’altro, ma tutti nel tratto tra il cedro e la tenda abbandonata, come se avessero cercato di tornare indietro; Slobodin aveva una piccola frattura cranica, ma non tale da poterne aver provocato la morte. Degli altri quattro sciatori, al momento, non venne trovata traccia, e le autorità dichiararono che le morti dei cinque ritrovati erano da addebitare ad ipotermia.

Tuttavia il 4 maggio i corpi dei membri ancora dispersi della spedizione (Ljudmila Aleksandrovna Dubinina, Aleksandr Sergeevic Kolevatov, Nikolaj Vasil’evic Thibeaux-Brignolles ed Aleksandr Aleksandrovic Zolotarev)  furono rinvenuti sul fondo di una gola all’interno del bosco sul cui limitare sorgeva il cedro, e dal loro esame emersero particolari che complicarono il quadro della situazione: Thibeaux- Brignolles aveva il cranio fratturato in modo grave, e sia la Dubinina che Zolotarev presentavano estese fratture alla cassa toracica; inoltre la donna era priva della lingua, degli occhi e di parte della mascella. Inizialmente si pensò che i Mansi potessero aver attaccato le spedizione perché era sconfinata nel loro territorio, ma i corpi non recavano tracce di ferite esterne, né si trovarono impronte diverse da quelle delle vittime, perciò tale ipotesi fu rapidamente scartata.

Alcune parti dell’inchiesta vennero segregate, ma da quelle accessibili fu possibile apprendere che la tenda era stata abbandonata dagli escursionisti di comune accordo, che essi erano morti 6-8 ore dopo aver consumato il loro ultimo pasto e che i vestiti di alcune delle vittime presentavano una forte contaminazione radioattiva. Alla fine si giunse al piratesco verdetto che la causa di tutte le morti era da addebitare ad una “irresistibile forza sconosciuta”.

L’elusività di questa dichiarazione, unita alla segretezza che fu mantenuta su molti aspetti della vicenda (non ci si dimentichi che si era in piena epoca sovietica), non fece altro che facilitare la nascita di una ridda di ipotesi più o meno fondate sulle reali cause della tragedia, favorite anche da alcune testimonianze dell’epoca.

Un testimone oculare dei funerali delle prime cinque vittime, Yury Kuntsevich, che in seguito sarebbe stato a capo della Fondazione Djatlov, creata per gettare piena luce sul caso, affermò che i cinque cadaveri avevano un colorito bruno intenso, come di chi fosse stato esposto a radiazioni.

Altri escursionisti, che tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio del 1959 erano accampati 50 chilometri a sud del passo, affermarono di avere visto nel cielo delle strane sfere arancioni in direzione del monte Cholatcachl. Tali sfere furono avvistate nei due mesi successivi anche da altri testimoni, compresi membri dell’esercito, ma in seguito questo fenomeno fu attribuito al lancio di missili balistici R-7.

Secondo alcuni resoconti, infine, nei dintorni del passo furono rinvenuti molti rottami di metallo, il che ha portato a presumere che nella zona si svolgessero manovre segrete dell’esercito, ipotesi avvalorata dal fatto che dopo la tragedia l’intera area fu interdetta ai civili per tre anni.

La tragica vicenda ha ispirato autori di articoli giornalistici, documentari, film e persino di un videogame, con tante diverse teorie proposte per indicarne la causa. Tra le più interessanti, c’è quella del giornalista locale Anatoly Guschin, che ha parlato della sperimentazione di un’arma segreta da parte dell’esercito, senza peraltro fornire prove abbastanza convincenti, e quella dello statunitense Donnie Eichar, secondo il quale lo scoppio di una cosiddetta “tempesta perfetta” nella zona del passo avrebbe provocato la creazione di mini tornado che a loro volta avrebbero generato moltissimi ultrasuoni, non udibili dall’orecchio umano, ma che avrebbero provocato la follia degli sventurati escursionisti, portandoli ad uscire seminudi nel rigore della notte invernale, per incontrare la loro tragica morte. In questo caso resterebbero da chiarire i motivi per i quali le autorità imposero la segretezza su diversi aspetti della vicenda.

 

Recentemente, nel 2014, il controverso esploratore americano Mike Libecki ha avanzato l’ipotesi che il gruppo di sciatori possa essere stato aggredito da un menk, un essere di cui parlano i Mansi e che viene descritto come una specie di yeti, ma ancora una volta mancano riscontri sostanziali per poter accogliere una tesi tanto azzardata.

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Nato a Taranto il 30/10/1966, laureato in Lettere Moderne presso l'Università degli Studi di Lecce, membro dell'Associazione Culturale ACSI/Prometeo Video Lab, autore del saggio storico-biografico "Giovanni delli Ponti, un d'Artagnan tarantino", edito nel 2012 da Scorpione Editrice. Appassionato di Criptozoologia, Archeologia e di tutto ciò che ha a che vedere con il mistero.

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