La musica reale o immaginata: il cervello la analizza in modo simile.

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Se hai una musica in testa, il cervello l’analizza così. L’analisi dei suoni e della loro organizzazione è la stessa, anche quando un motivetto è solo immaginato (e non udito). La scoperta potrebbe servire per i pazienti con difficoltà nel linguaggio.

Ancora non è chiaro perché ogni tanto le canzoni si insinuino in pianta stabile nella nostra mente. Ora però sappiamo come il cervello le analizza: una nuova ricerca fa luce su cosa accade quando canticchiamo in silenzio una canzone “immaginaria”. I meccanismi di analisi del suono – emerge dallo studio – sono gli stessi impiegati quando la musica viene udita davvero.

IN PRESA DIRETTA. Un gruppo di ricercatori del Politecnico federale di Losanna (EPFL) in Svizzera, ha usato una tecnica di registrazione dell’attività elettrica cerebrale chiamata elettrocorticografia: la procedura, invasiva, consiste nell’inserire chirurgicamente elettrodi sulla corteccia cerebrale, e permette una localizzazione della sua attività estremamente precisa.

MUSICA VERA E IMMAGINARIA. La tecnica è anche usata nel trattamento dell’epilessia, per questo per lo studio è stato scelto un paziente epilettico già in cura, pianista esperto. L’uomo è stato invitato a suonare una tastiera elettrica due volte: mentre poteva ascoltare il suono prodotto, e a volume spento, mentre lo canticchiava a mente soltanto.

POCHE DIFFERENZE. Dal punto di vista neurologico, non sono state rilevate grandi differenze tra le due performance. L’attività della corteccia uditiva durante la musica immaginata, con l’organizzazione del suono tra alte e basse frequenze, è risultata del tutto simile a quella in condizioni di ascolto. L’organizzazione delle informazioni sonore è dunque la stessa.

RISVOLTI CLINICI. Oltre a spiegare un fenomeno che tutti sperimentiamo quando canticchiamo a mente una canzone, la ricerca potrebbe aiutare quei pazienti che, a causa di lesioni cerebrali, riescono a immaginare quello che vogliono dire, ma hanno problemi a esprimerlo a parole (afasie). L’obiettivo a lungo termine è creare interfacce per poter udire i discorsi “immaginari” anche in assenza di parlato. Non sarà un percorso immediato: a differenza della musica, il linguaggio è un sistema più complesso e non universale, processato dal cervello in più fasi.

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