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La missione dell’Ogs Explora in Antartide

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“La nostra missione in un’Antartide senza più iceberg”

La nave Explora dell’istituto Ogs di Trieste sta tornando da una spedizione scientifica di tre mesi al Polo Sud. Abbiamo intervistato a bordo i suoi ricercatori: “Quest’anno la barriera di ghiaccio è completamente scomparsa. Gli uragani non incontrano ostacoli e ci colpiscono più forte che mai”.

Acqua, acqua a perdita d’occhio. Arrivata in Antartide per studiare (tra l’altro) la salute del ghiaccio, la nave oceanografica Explora dell’Istituto nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale di Trieste (Ogs) ha scoperto che quest’anno laggiù di iceberg non c’è ombra. Dell’Explora parlò Repubblica alla vigilia della partenza dal porto di Crotone, lo scorso dicembre. Oggi che la missione è in pieno svolgimento nel mare di Ross e il rollio della nave ha raggiunto il massimo (oltre 25 gradi da un lato e 25 dall’altro), alcuni scienziati dell’equipaggio si sono ancorati a un tavolino di bordo per raccontarci la loro avventura. A rispondere via mail a questa intervista dall’Explora sono Michele Rebesco, Laura De Santis e Vedrana Kovacevic dell’Ogs, Marco Cuffaro, Andrea Bergamasco del Cnr e Florence Colleoni del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici.

Niente iceberg dunque quest’estate?
“Di solito durante l’estate Australe nel Mare di Ross si forma una polinia, cioè una zona di acqua libera dai ghiacci più vicina al continente, circondata da una cintura di ghiaccio larga decine di chilometri. Normalmente a metà gennaio si apre un passaggio attraverso questa cintura che permette anche alle navi non rompighiaccio di entrare nella polinia. Quest’anno la barriera è completamente scomparsa. Era già avvenuto in precedenza, ma molto di rado”.

Da cosa dipende?
“Forse dall’influenza di El Niño. Ma se l’eccezionale scioglimento di quest’anno si dovesse ripetere in futuro, potrebbe essere imputabile al cambiamento climatico”.

L’Explora è alla sua decima campagna in Antartide. Quanto è diverso il panorama quest’anno rispetto alle missioni precedenti?
La differenza è sorprendente. Dove di solito c’è la barriera di ghiaccio marino intorno alla polinia del Mare di Ross ora c’è solo acqua a perdita d’occhio. Sembra di essere in mezzo a un qualsiasi oceano, se non per qualche isolato iceberg. Confrontando le mappe dei ghiacci e le foto degli anni precedenti si percepisce una differenza notevole”.

“Mentre uccelli (petrelle) e cetacei (balene) si possono osservare dappertutto, pinguini e foche sono molto più presenti dove c’è ghiaccio marino, sopra il quale si fermano a riposare. Quest’anno li abbiamo incontrati solo quando siamo passati vicini alla costa, dove sono rimaste delle ristrette fasce di ghiaccio marino. In quei giorni abbiamo ritrovato l’Antartide che ci aspettavamo”.

L’assenza di ghiaccio favorisce od ostacola il vostro lavoro?
“Senza ghiaccio il vento è libero di spazzare la superficie del mare e di renderlo increspato. Quindi se per un verso siamo fortunati, perché possiamo andare in zone altrimenti irraggiungibili perché coperte dal ghiaccio, per un altro siamo svantaggiati perché il vento e le onde spesso non ci permettono di usare gli strumenti. A giocare a sfavore ci sono le temperature che hanno raggiunto i – 14°C (più il “chilling factor” del vento che congela mani e strumentazione), con nevicate che rendono scivolosa la coperta. Ma soprattutto le condizioni del mare, con onde che fanno rollare la nave e oscillare pericolosamente gli strumenti appesi a cavi e verricelli. Nelle condizioni peggiori è possibile acquisire dati con la strumentazione fissata sotto la chiglia, che viene controllata dai laboratori all’interno della nave. Tuttavia ci sono condizioni (come quella in cui stiamo scrivendo, con oltre 40 nodi di vento e rollate della nave di oltre 25 gradi) in cui i dati che vengono presi sono di scarsa qualità, e la nave non può seguire una rotta lineare”.

Che grado di vento e di mare avete raggiunto?
“Abbiamo raggiunto 44-45 nodi di vento (circa 80 km/ora) e onde fino a 6 metri. Ma questo perché siamo riusciti a evitare le tempeste peggiori spostandoci nelle aree più tranquille o riparate vicino alla costa o a ridosso di isole. Ora però ci restano da realizzare due progetti nel mezzo del Mare di Ross, lontano da qualsiasi riparo”.

Che latitudine avete toccato?
“Complice l’assenza di ghiaccio marino, abbiamo segnato un nuovo record. Ci siamo spinti fino al limite sud della Baia delle Balene, nel punto più meridionale della parte orientale del Mare di Ross. Abbiamo toccato i 78°36.3’ di latitudine. La nave non si era mai spinta tanto a sud”.

Com’è la vita a bordo?
“Diversi di noi soffrono il mal di mare, e per loro non c’è altro da fare che rimanere in branda. Per fare la doccia occorrono almeno tre mani: una per insaponarsi, una per lavarsi e una per aggrapparsi alla provvidenziale maniglia. E l’acqua che si raccoglie nella doccia, una volta uscita da sotto la porta del bagno, chi la ferma più? A osservare come camminano le persone durante le rollate sembra di vedere un ubriaco che oscilla (e qualche volta cade). Succede anche che la sedia su cui sei seduto cominci bruscamente a spostarsi di lato, e se inciampa in qualche ostacolo si ribalta e ti scaraventa a terra. Anche per mangiare servono più mani: una per la forchetta e una per il coltello, una per tenere fermo il bicchiere e una per tenere fermi se stessi aggrappandosi al tavolo. Se c’è zuppa ne serve anche una per tenere il piatto nella giusta inclinazione. Il freddo non è un problema dentro la nave. Per uscire bisogna indossare vari strati: calze grosse, stivali con imbottitura di feltro, pantaloni o salopette impermeabile, maglia, maglione, giacca vento con piumino, guanti, berretto e elmetto per la sicurezza. Dormire con il forte rollio della nave è quasi impossibile, ma ci tramandiamo i trucchi da utilizzare: ad esempio inserire il giubbotto salvagente sotto il lato esterno del materasso in modo da inclinarlo e evitare di venire ribaltati”.

“Cerchiamo indizi per ricostruire la massima estensione dei ghiacciai antartici durante le passate glaciazioni. Per fare ciò serve conoscere la morfologia del fondale attuale, osservando dove si trovano i depositi di sedimenti. La geometria delle correnti sottomarine ci aiuta a capire la direzione e l’intensità che avevano nel passato. Una volta effettuato il rilievo per individuare i punti chiave, si effettuano campionamenti (carotaggi) per studiare il tipo di sedimento e la sua età. Da qui possiamo quindi ricostruire l’ambiente del passato, ricavare le condizioni climatiche e oceaniche che caratterizzavano la zona e capire se davvero grandi porzioni della calotta antartica si sono fuse in precedenza, facendo aumentare di diversi metri il livello del mare”.

Sette donne a bordo sono un numero rilevante per questo tipo di missioni?
“La percentuale di 5 donne su 10 ricercatori è molto elevata. Considerando tutto il personale, le donne sono esattamente un terzo: 7 su 21”.

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