La Babele europea: la Brexit cancella l’inglese come lingua comune

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Sotto il vento della Brexit, l’Unione europea corre il rischio Torre di Babele. Ovvero di perdere la lingua franca che, in questi anni ha fatto da collante fra 28 paesi che parlano 24 lingue diverse. Nei giorni scorsi, l’incontro Merkel-Hollande-Renzi si è chiuso con un comunicato solo in francese e tedesco. E l’inglese, chiedevano stupiti i giornalisti? La risposta è stata un’alzata di spalle. Naturalmente, l’incontro fra Merkel, Hollande e Renzi, hanno subito osservato i più sperimentati frequentatori delle sale stampa di Bruxelles, era una riunione fra governi e, dunque, Berlino, Parigi e Roma potevano fare quel che vogliono, compreso mandare un messaggio puntuto alla Londra della Brexit. Ma l’inglese è lingua ufficiale del Parlamento e della Commissione e, dunque, tutto resterà come prima, no?

No, appunto. L’inglese, spiega (in inglese) ai giornalisti Danuta Huebner, danese, presidente del comitato Affari costituzionali del Parlamento europeo, rischia di sparire. Un terremoto. Ancora negli anni ’90, gli affari a Bruxelles, conferenze stampa comprese, andavano avanti su due binari paralleli: inglese e francese. Negli ultimi vent’anni, l’opzione-francese è scomparsa. Non solo è finanche difficile pensare ad un parlamentare o a un funzionario lettone o svedese che parlino, invece che inglese, francese, dovendo anche iniziare a studiarlo da zero. Ma tutta l’attività politica e legislativa avviene formalmente in inglese. Nel senso che documenti, rapporti, comunicati, delibere vengono anzitutto, faticosamente, discussi, contrattati, definiti in inglese. Solo poi vengono tradotti nelle altre lingue.

Ma con le regole attuali non c’è alternativa, spiega la Huebner. Non c’è più nessun paese a chiedere l’inglese come lingua ufficiale della Unione. E gli irlandesi? Hanno scelto il gaelico. I maltesi? Il maltese. Senza inglesi, niente lingua di Shakespeare. Così impone l’articolo 342 del Trattato, in base al quale Malta o Irlanda non possono chiedere due lingue ufficiali. L’ultimo – e inatteso – colpo di coda della Brexit sarebbe lasciare una Unione che funziona quotidianamente in una lingua – l’inglese – ma dove tutto ciò che ha veste ufficiale deve essere in francese. O in tedesco. Per sfuggire al caos occorre cambiare l’articolo 342, cioè il Trattato, con un processo lungo, complicato, tortuoso e pieno di insidie, necessariamente unanime, referendum compresi (difficile prevedere il risultato di un referendum in Francia sull’uso dell’inglese). Molti governi preferirebbero, probabilmente, la Torre di Babele a questo percorso minato.

Potrebbe, però, esistere una scappatoia, come indica la stessa Huebner. Se nessuno fa troppo chiasso, in sostanza, a cambiare le regole potrebbe bastare una decisione unanime del Consiglio Europeo, il quale dovrebbe stabilire che ogni paese può indicare più di una lingua. Riusciranno i 27 paesi sopravvissuti alla Brexit a trovare un accordo tutti insieme? Non tutti a Bruxelles pensano che la cosa sia scontata e anche questa è una delle rappresentazioni che andrà in scena nei prossimi mesi in Europa. Quello che, però, è comunque già chiaro è che l’inglese di Bruxelles non è – e non sarebbe comunque – lo stesso parlato a Londra.

Un libretto (“Parole e espressioni inglese mal usate nelle pubblicazioni Ue”) cita un centinaio di casi in cui un inglese rischia di non capire l’inglese partorito dalle riunioni Ue. Nei documenti, ad esempio, “actual” non viene usato nel senso inglese (“effettivo, reale, esistente”) ma con il significato di “attuale” (“current” in inglese). Analogamente, garantire delle prestazioni viene indicato come “ensure”, anziché “provide” come farebbe un suddito della Regina. Facile vedere in questi errori l’impronta di qualche funzionario di paesi latini, come Francia e Italia, che cade nella trappola che un inglese – appunto – definirebbe dei “false friends” linguistici. Ma senza britannici con matita rossa e blu in circolazione, la deriva non può che aumentare.

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