Il mito della malattia mentale

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Ho trovato questo articolo in una sezione sui classici della psicologia del sito dell’Università di York e ho deciso di tradurlo in italiano per coloro che non hanno molta familiarità con l’inglese o sono troppo pigri per leggerlo in lingua originale.Si tratta di un testo di Thomas Szasz dal titolo “Il mito della malattia mentale” e pubblicato sulla rivista American Psychologist, 15, 1960 (pp. 113-118).

Thomas Szasz è uno psichiatra statunitense di origine ungherese di pensiero liberale e, potremmo dire, “antipsichiatrico”.

Tra le sue pubblicazioni più famose si conta un libro omonimo dell’articolo da me tradotto: Il mito della malattia mentale, edito nel 2003 da Spirali.

Sul suo sito potrete trovare una lunga lista di materiale in inglese.

Per la psicologia sistemica contributi di questo genere hanno grande importanza data la forte tradizione antipsichiatrica che ha caratterizzato questo approccio psicologico e terapeutico. Nell’articolo trova grande risalto l’origine sistemica, umana e sociale della sofferenza mentale e viene chiaramente espresso il rifiuto per tutte quelle forme di “etichettatura” che reificano la sofferenza e la rendono una forma di malattia, incastrando le persone in definizioni dalle quali diventa sempre più difficile uscire.
(In questa prospettiva è  particolarmente interessante, a mio parere, la proposta di lettura di Laura Colangelo del disturbo borderline come esito di un processo di costruzione sociale.)
Chi legge ogni tanto questo blog troverà nell’articolo alcune idee sull’epistemologia che risuoneranno con quelle proposte nei miei articoli.

Di seguito la traduzione:

Il mito della malattia mentale

Thomas S. Szasz – American Psychologist, 15, 113-118

(Traduzione di Davide Baventore su psicologiasistemica.net)

Il mio scopo in questo saggio è sollevare la domanda “Esiste davvero la malattia mentale?” e sostenere il fatto che non esiste. Poiché il concetto di malattia mentale è oggi largamente usato, una riflessione sulla maniera in cui viene impiegato sembra particolarmente indicata. La malattia mentale, naturalmente, non è letteralmente “una cosa” – un oggetto fisico – e quindi può esistere solamente nella stessa maniera in cui esistono altri concetti teorici. Nonostante ciò solitamente le teorie molto note tendono ad assumere lo statuto – almeno per chi le condivide –  di “verità oggettive” (o “fatti”).
In certi periodi storici alcuni concetti esplicativi come le divinità, le streghe e i microorganismi apparvero non solo come teorie ma come cause auto-evidenti di un vasto numero di fenomeni. Mi sembra che oggi alla malattia mentale si guardi generalmente nella stessa maniera e ciò è alla base di numerosi avvenimenti diversi. Come antidoto all’uso compiacente del concetto di malattia mentale – sia come fenomeno auto-evidente, teoria o causa – facciamoci questa domanda: cosa significa dire che qualcuno è un malato mentale?
Di seguito descriverò brevemente come il concetto di malattia mentale è stato principalmente usato. Argomenterò di come questa nozione abbia superato qualunque utilità possa aver avuto in passato per diventare un comodo mito.

LA MALATTIA MENTALE COME SINTOMO DI UN DISTURBO CEREBRALE

La nozione di malattia mentale trova il suo sostegno principale in fenomeni quali la sifilide cerebrale o il delirio indotto da intossicazione, per esempio, fenomeni nei quali le persone manifestano risaputamente varie stranezze o disordini del pensiero e del comportamento. Ma per essere precisi queste sono malattie del cervello e non della mente. Secondo una certa scuola di pensiero tutte le così-dette malattie mentali sono di questo tipo. Si suppone che qualche difetto neurologico, magari uno davvero piccolo, alla fine verrà trovato per ciascun disordine del pensiero e del comportamento. Molti psichiatri, medici e altri scienziati hanno questa visione. Questa posizione ha come implicito che le persone non possono avere problemi – quelli cheadesso sono chiamati “malattia mentale” – a causa di differenze nei propri bisogni, opinioni, aspirazioni sociali, valori e così via.
Tutti le difficoltà esistenziali sono attribuite a processi chimici psicogeni che verranno scoperti a tempo debito.
Così le “malattie mentali” sono dunque considerate come qualunque altro disturbo (cioè quelli del corpo). L’unica differenza tra i disturbi mentali e quelli fisici – secondo questo modo di pensare – sta nel fatto che i primi, che riguardano il cervello, si manifestano attraverso sintomi mentali; mentre i secondi, che riguardano gli organi del corpo (per esempio la pelle o il fegato, ecc), si manifestano con sintomi relativi a quegli organi. Questa visione si fonda ed esprime quelli che sono – secondo me – due errori fondamentali.
Prima di tutto quali sarebbero i sintomi del sistema nervoso centrale corrispondenti a un’eruzione cutanea o ad una frattura? Non sarebbero emozioni o porzioni di comportamenti complessi. Piuttosto, potrebbero essere la cecità o la paralisi di qualche parte del corpo. Il punto cruciale della questione è che un disturbo cerebrale, analogo ad un problema della pelle o delle ossa, è un difetto neurologico, e non un problema di vita.
Per esempio, un deficit nel campo visivo può essere spiegato efficacemente mediante una correlazione con certe lesioni discrete nel sistema nervoso. D’altra parte, una credenza – che si tratti della fede nel Cristianesimo, nel Comunismo o nell’idea che i propri organi interni si stanno “decomponendo“ e che il proprio corpo è infatti già “morto” – non può essere spiegata attraverso un difetto o un disturbo del sistema nervoso centrale. Le spiegazioni di questi eventi – se si è interessati in questa credenza di per se stessa e non la si guarda semplicemente come un “sintomo” o l’espressione di qualcos’altro che è più interessante – deve essere cercata lungo differenti direzioni.

Il secondo errore nel guardare comportamenti psico-sociali complessi, che consistono in comunicazioni relative a noi stessi o al nostro mondo,  come semplici sintomi del funzionamento neurale è di tipo epistemologico. In altre parole è un errore che non riguarda difetti nell’osservazione o nel ragionamento in quanto tali ma piuttosto il modo in cui organizziamo ed esprimiamo la nostra conoscenza. Nel nostro caso l’errore risiede nello stabilire un dualismo simmetrico tra i sintomi mentali e quelli fisici (o corporei), un dualismo che è solamente un uso comune del parlato alla quale non può corrispondere alcuna osservazione empirica.
Vediamo se è davvero così. Nella pratica medica quando parliamo di disturbi fisici intendiamo sia segni (per esempio una febbre) che sintomi (per esempio il dolore). Parliamo invece di sintomi mentali quando parliamo delle comunicazioni di un paziente rispetto a sé, gli altri e il suo mondo. Potrebbe dire che è Napoleone o che è perseguitato dai comunisti. Ciò sarebbe considerato un sintomo mentale solo se l’osservatore credesse che il paziente non è Napoleone o che non è perseguitato dai comunisti. Ciò rende palese che l’affermazione “X è un sintomo mentale” implica emettere un giudizio. Il giudizio peraltro implica una comparazione implicita tra le idee, i concetti, le credenze del paziente e quelle dell’osservatore e della società nella quale vivono. Il concetto di sintomo mentale è dunque inestricabilmente legato al contesto sociale (inclusa l’etica) nel quale è prodotto nello stesso modo in cui la nozione di sintomo corporeo è legata al contesto anatomico o genetico (Szasz, 1957°, 1957b).
Per riassumere quanto detto: ho provato a mostrare come per coloro che considerano i sintomi mentali come segni di un problema cerebrale il concetto di malattia mentale sia inutile e fuorviante. Poiché costoro pensano che le persone così etichettate (come malate mentali n.d.r.) soffrono di una malattia del cervello e, se pensano questo, sarebbe più chiaro dire questo e non qualcos’altro.

MALATTIA MENTALE COME ESPRESSIONE PER INDICARE PROBLEMI DEL VIVERE

L’espressione “malattia mentale” è largamente usata per definire qualcosa che è davvero diverso da una malattia del cervello. Molte persone oggi danno per scontato che la vita sia un processo pieno di difficoltà. D’altra parte, per l’uomo moderno, la sua durezza non deriva tanto dallo sforzo per la sopravvivenza quanto piuttosto dalla tensione e dalla pressione generate dalle relazioni sociali con personalità umane complesse. In questo contesto il concetto di malattia mentale è utilizzato per identificare o descrivere alcune caratteristiche della cosiddetta personalità di un individuo. La malattia mentale – come malformazione della personalità, per così dire – è quindi considerata la causa della disarmonia umana. In questa visione è implicito che le relazioni tra le persone siano intrinsecamente armoniche e che la loro perturbazione sia dovuta solamente alla presenza diffusa di una “malattia mentale”. Questo è ovviamente un pensiero errato perché trasforma il concetto “malattia mentale” in una causa, nonostante questa astrazione fosse stata creata dall’inizio per servire solamente come abbreviazione per indicare alcune tipi di comportamento umano. Ora diventa necessario chiedere: “Quali indici di comportamento sono considerati indicativi di malattia mentale, e da parte di chi?”
Il concetto di malattia, sia fisica che mentale, implica la deviazione da qualche norma chiaramente definita. Nel caso della malattia fisica la norma è data dall’integrità strutturale e funzionale del corpo umano. Così – sebbene il desiderio della salute fisica, come tale, è una valore etico – ciò che la salute è può essere definito in termini anatomici e funzionali. Qual è la deviazione dalla norma che definisce la malattia mentale? Non si può rispondere facilmente a questa domanda. Ma qualunque sia questa norma possiamo essere certi di una cosa: che questa norma deve essere espressa in termini psico-sociali, etici e legali.
Per esempio concetti quali l’ ”eccesso di repressione” o “agire un impulso inconscio” illustrano l’uso di concetti psicologici per giudicare la (cosiddetta) malattia mentale. L’idea che l’ostilità cronica, la voglia di vendetta, o il divorzio siano indicative di un disturbo mentale sarebbe la dimostrazione dell’uso di norme etiche (cioè la desiderabilità dell’amore, della gentilezza e di relazioni di matrimonio stabili). E per finire, l’opinione diffusa in psichiatria che solo una persona mentalmente malata commetterebbe un omicidio è un esempio dell’uso di concetti legali come norma per la salute psichica.
Quando si parla di malattia mentale si fa riferimento ad una norma rispetto alla quale si misura la deviazione ma questa norma è sempre psico-sociale ed etica. Nonostante ciò per cercare un rimedio ci si indirizza verso misure di tipo medico che – si spera e si suppone – sono libere da grandi differenze nell’etica. La definizione del disturbo (mentale n.d.r.) e il modo di cercare un rimedio sono dunque sono in seria contraddizione l’una con l’altro.
Il valore concreto di questo conflitto misconosciuto tra la supposta natura del deficit e il suo rimedio difficilmente può essere un’esagerazione.
Ora che abbiamo identificato la norma utilizzata per misurare la deviazione in caso di malattia mentale dobbiamo ora chiederci: “Chi definisce la norma e quindi la deviazione?” Essenzialmente si possono dare due risposte:

  1. Può essere la persona stessa (cioè il paziente) a decidere che lui non sta nella norma. Per esempio un artista può credere di soffrire di un blocco nel suo lavoro e quindi può dar seguito a questo ragionamento cercando aiuto per se stesso presso uno psicoterapeuta
  2. Può essere un’altra persona e non il paziente a decidere che quest’ultimo è deviante (per esempio i parenti, i medici, l’autorità giudiziaria, la società in generale, ecc). In questo caso altri potrebbero assumere uno psichiatra per fare qualcosa al paziente per correggere la sua deviazione dalla norma.

Queste considerazioni evidenziano l’importanza di chiedersi “Per conto di chi agisce lo psichiatra?” e darsi una risposta chiara (Szasz, 1956, 1958). Ora comincia a essere chiaro che lo psichiatra (lo psicologo o lo psicoterapeuta che non è medico) può agire per conto del paziente, dei suoi parenti, della scuola, del servizio militare, di una società di business, una corte di giustizia e così via. Dire che lo psichiatra potrebbe agire per conto di queste persone o organizzazioni non significa necessariamente che l’importanza da lui attribuita alla norma o le sue idee e gli scopi riguardanti la natura dell’azione riparatrice debbano coincidere con quelli dei suoi datori di lavoro.
Per esempio un paziente in terapia individuale con uno psicoterapeuta potrebbe credere che la sua salvezza consiste in un nuovo matrimonio; il suo psicoterapeuta non deve necessariamente condividere la sua ipotesi. Come suo consulente egli si deve astenere dal far pesare sul paziente ogni forma di pressione sociale o giudiziaria che possa impedirgli di mettere in atto le sue convinzioni. Se il suo contratto è con il paziente, lo psichiatra (o lo psicoterapeuta) potrebbe non essere d’accordo con lui o sospendere il suo trattamento; ma non può coinvolgere qualcosa o qualcuno per ostacolare le aspirazioni del paziente. Allo stesso modo, se uno psichiatra è incaricato da una giuria di valutare la salute (mentale, n.d.r.) di un criminale, egli potrebbe non condividere pienamente i valori e le intenzioni dell’autorità giudiziaria in merito al criminale e ai mezzi disponibili per occuparsene. Ma allo psichiatra è espressamente vietato, per esempio, affermare che il criminale non è “pazzo” ma lo è l’uomo che ha scritto la legge sulla base della quale le azioni oggetto di giudizio sono giudicate “criminali”. Questa opinione può essere espressa, naturalmente, ma non all’interno dell’aula del tribunale e non da uno psichiatra il cui lavoro è quello di aiutare la corte nel suo lavoro quotidiano.
Per ricapitolare: oggigiorno l’uso comune è di individuare la malattia mentale stabilendo il grado di devianza di un comportamento rispetto ad una norma psicosociale, etica o legale.
Il giudizio può essere espresso, come in medicina, dal paziente, dal medico (psichiatra) o da altri. La pratica di cura, infine, tende a essere individuata all’interno di una cornice terapeutica o – implicitamente – medica, creando così una situazione in cui si afferma che le deviazioni psicosociali, etiche e/o legali sono correggibili attraverso la (cosiddetta) azione medica.
Poiché la pratica medica è pensata solo per la correzione di deviazioni mediche sembra del tutto illogico aspettarsi che possa essere d’aiuto nel risolvere problemi la cui esistenza è stata definita e stabilita su una base non-medica.
Penso che queste considerazioni possano essere vantaggiosamente applicate all’uso odierno dei tranquillanti e, più in generale, ai risultati che ci attendiamo dall’uso di medicine di qualunque tipo nel migliorare o risolvere i problemi del vivere umano.

IL RUOLO DELL’ETICA IN PSICHIATRIA

Qualunque cosa le persone facciano – al contrario di ciò che accade loro (Peters, 1958) – avviene all’interno di un contesto di valore. In senso lato non esiste attività umana priva di implicazioni etiche. Quando i valori soggiacenti ad alcune attività sono largamente condivisi, coloro che ne condividono la ricerca possono perderli di vista completamente. La disciplina medica, sia come scienza (per esempio la ricerca) sia come tecnologia (per esempio la terapia), racchiude molte considerazioni e giudizi di tipo etico. Sfortunatamente questi sono spesso negati, minimizzati o semplicemente si evita di metterli a fuoco, poiché sembra che l’ideale per la professione medica così come per coloro che se ne servono stia nell’avere un sistema medico (così si dice) libero dall’etica. Questa convinzione sentimentale si esprime nella volontà dei dottori di curare e aiutare pazienti senza tenere in conto del loro credo religioso o politico, il fatto che siano ricchi o poveri, ecc. Sebbene ci siano alcuni elementi a sostegno di questa convinzione – pur rimanendo un punto di vista non particolarmente convincente persino in questo contesto – rimane il fatto che considerazioni di tipo etico abbracciano un ampio spettro delle attività umane.
Rendere la pratica medica neutrale rispetto ad alcune importanti questioni valoriali non deve e non può significare che la medicina possa essere liberata da tutti questi valori. La pratica medica è intimamente connessa all’etica; e la prima cosa che dobbiamo fare, secondo me, è chiarirlo ed esplicitarlo. Non andrò oltre su questo problema, perché in questo articolo non ci interessa specificamente, ma per non lasciar adito a dubbi riguardo a dove e come la medicina e l’etica entrano in contatto ricorderò al lettore questioni quali il controllo delle nascite, l’aborto, il suicidio, l’eutanasia che sono solo alcune delle aree di discussione etico-medica.

La psichiatria, mi sento di suggerire, è molto più intimamente legata a problemi etici della medicina. Uso la parola “psichiatria” qui per fare riferimento a quella disciplina odierna che si occupa dei problemi del vivere (e non dei disturbi cerebrali, che sono problemi della neurologia). I problemi delle relazioni umane possono essere analizzati, interpretati, e può esser dato loro un significato solo all’interno di un contesto sociale ed etico definito. Quindi fa  una bella differenza – nonostante gli argomenti contrari – qual è l’orientamento sociale ed etico di uno psichiatra; poiché questo influenzerà le sue idee rispetto a ciò che non va in un paziente, cosa merita commenti o interpretazioni, in quale possibile direzione è desiderabile un cambiamento e così via. Persino nella medicina vera e propria questi elementi hanno un ruolo, per esempio, negli orientamenti che ciascun medico avrà rispetto alla questione del controllo delle nascite e dell’aborto terapeutico in funzione del proprio credo religioso. Si può davvero pensare che le convinzioni di uno psicoterapeuta riguardo a questioni religiose, alla schiavitù o a simili questioni non abbia nessun ruolo nella sua pratica professionale? Se dunque fanno una differenza, che cosa ne possiamo inferire? Non sembra ragionevole che si debbano avere differenti pratiche psichiatriche, ciascuna delle quali espressamente riconosciuta per la posizione etica che incarna: per esempio Cattolici ed Ebrei, religiosi e agnostici, democratici e comunisti, sostenitori della supremazia dei bianchi o dei neri, e così via? Infatti se guardiamo a come è oggi praticata la psichiatria (specialmente negli Stati Uniti) troviamo che le persone ricercano un aiuto psichiatrico in accordo con il loro stato sociale e le loro convinzioni etiche (Hollingshead & Redlich, 1958). Questo non ci deve sorprendere di più che se ci dicessero che i Cattolici praticanti raramente frequentano cliniche per il controllo delle nascite.
La posizione sopracitata che gli psicoterapeuti contemporanei si occupano di problemi legati al vivere piuttosto che di malattie mentali e delle loro miserie, è in opposizione con un’affermazione attualmente molto diffusa secondo la quale la malattia mentale è “reale” e “oggettiva” tanto quanto quella fisica. Sospetto però che chi si fa promotore di questa visione intenda creare, a livello del senso comune, l’idea che la malattia mentale sia una sorta di entità morbosa come un’infezione o un tumore. Se fosse vero si potrebbe contrarre o prendere una “malattia mentale”, si potrebbe avere o ospitarne una, si potrebbe trasmettere agli altri e alla fine si potrebbe sbarazzarsene. Secondo me non c’è uno straccio di prova che supporti questa tesi. Anzi, tutte le evidenze vanno in direzione contraria e supportano l’idea che quelle che le persone chiamano malattie mentali siano per lo più comunicazioni che esprimono idee inaccettabili, spesso strutturate – come se non bastasse – in un idioma inusuale. Lo scopo di questo articolo mi permette solo di accennare all’approccio teorico alternativo per questo problema. (Szasz, 1957c).
Non è questo il posto per considerare nel dettaglio somiglianze e differenze tra le malattie del corpo e quelle della mente. Basterà qui sottolineare una differenza importante tra loro e cioè che mentre i disturbi fisici si riferiscono ad accadimenti fisico-chimici riconoscibili da tutti, la nozione di malattia mentale è usata per definire avvenimenti socio-psicologici maggiormente personali nei quali l’osservatore (il diagnosta) ha un ruolo. In altre parole, lo psichiatra non è separato da ciò che osserva, ma è – per usare le parole di Harry Stack Sullivan – un osservatore partecipante. Ciò significa che egli è parte integrante della rappresentazione di ciò che considera realtà – e di ciò che la società considera la realtà – e osserva e giudica il comportamento del paziente alla luce di queste considerazioni. Ciò ci ricollega alle osservazioni precedenti sul fatto che l’idea stessa di sintomi mentali implica una comparazione tra l’osservatore e l’osservato, tra psichiatra e paziente. E’ così ovvio che potrei essere accusato di ripetere continuamente banalità. Dunque dirò ancora una volta che lo scopo del mio articolo era di contrastare la tendenza contemporanea alla negazione di implicazioni etiche nella psichiatria (e psicoterapia) e di sostituirle conil cosiddetto pensiero medico a-valoriale. La psicoterapia per esempio è largamente praticata come se non implicasse altro che riportare il paziente da uno stato di malattia mentale a quello di salute mentale. Sebbene sia generalmente condiviso che la malattia mentale ha a che fare con le relazioni sociali (o interpersonali), paradossalmente si continua a sostenere che in questo processo non si sollevano questioni di carattere valoriale (o etico). [1] Eppure, in un certo senso, molta della psicoterapia si può dire che sia imperniata sulla valutazione e la chiarificazione di obiettivi e valori – molti dei quali possono essere contraddittori – e sui mezzi migliori per armonizzarli, realizzarli o abbandonarli.
La diversità dei valori umani e dei metodi per realizzarli è così vasta, e così sconosciuta, che non può che portare a conflitti nelle relazioni umane. Quindi, dire che tutti i livelli di relazione – da quella tra madre e figlio, a quella tra mogli e mariti fino ad arrivare ai rapporti tra nazioni -sono causa di stress, tensione e disarmonia è – ancora una volta – esplicitare una ovvietà. Eppure, per quanto ovvio, è capito da pochi. Ed è proprio questo il nostro caso. Infatti mi sembra che – almeno nelle nostre teorie scientifiche del comportamento – non abbiamo accettato  il semplice fatto che le relazioni umane sono intrinsecamente destinate a generare difficoltà e che per renderle relativamente più armoniose bisogna usare pazienza e duro lavoro. Penso che in questo momento l’idea di malattia mentale possa servire a nascondere certe difficoltà che al momento presente potrebbero essere caratteristiche – non necessariamente immodificabili – delle relazioni tra persone. Se ciò è vero questo concetto è usato come un travestimento; invece di richiamare l’attenzione sul conflitto tra bisogni, aspirazioni e valori, la nozione di malattia mentale pone una “entità” (una “malattia”) a-morale e impersonale come spiegazione per i problemi del vivere (Szasz, 1959). Facendo questo collegamento potremmo ricordare che non molto tempo fa diavoli e streghe erano ritenuti responsabili dei problemi del vivere sociale. Pensare che la malattia mentale sia diversa dalla difficoltà degli uomini di convivere con i propri simili è un’eredità appropriata della fede nella demonologia e nella stregoneria. La malattia mentale esiste o è “reale” nello stesso senso nel quale esistono o sono “vere” le streghe.

SCELTA, RESPONSABILITA’ E PSICHIATRIA

Sebbene abbia sostenuto che la malattia mentale non esiste ovviamente non intendo dire che gli eventi psicologici e sociali ai quali si attribuisce questa etichetta non esistano a loro volta. Sono altrettanto veri dei problemi personali e sociali che le persone avevano nel Medio Evo. E’ l’etichetta che diamo loro che ci riguarda e come li gestiamo una volta etichettati. Pur non potendo entrare nelle ramificate implicazioni di questo problema adesso, val la pena di notare come una concezione demonologica dei problemi del vivere dia origine ad una terapia che segue una linea teologica. Oggi credere nella malattia mentale implica – o piuttosto richiede – una terapia che segue un’impostazione medica o psicoterapeutica.
Ciò che è implicito nelle riflessioni avviate in questo articolo è molto diverso. Non voglio proporre una nuova idea delle “malattia psichiatriche” né una nuova forma di “terapia”. Il mio scopo è più modesto e allo stesso tempi più ambizioso. Cioè suggerire che il fenomeno chiamato malattia mentale sia visto in maniera nuova e più semplice, che sia rimossa dalla categoria delle malattie e che sia concepito come l’espressione dello sforzo degli uomini nell’affrontare il problema di come si fa a vivere. Quest’ultimo problema è chiaramente molto ampio e la sua enormità riflette non solo la difficoltà dell’uomo di rapportarsi con successo al suo ambiente ma ancor più la sua auto-referenzialità.
Quando parlo di problemi del vivere, dunque, mi riferisco a quella catena di reazioni veramente esplosive che cominciano con la caduta umana dalla grazia divina con nell’atto di mangiare il frutto dell’albero della conoscenza. La consapevolezza che gli uomini hanno di se stessi e del mondo che li riguarda sembra che aumenti linearmente, portando con sé un sempre maggiorecarico di consapevolezza (espressione presa in prestito da Susan Langer, 1953). Bisogna dunque attendersi questo carico e non male interpretarlo. L’unico mezzo che abbiamo per alleggerirlo è una maggior consapevolezza e un agire appropriato basato su tale consapevolezza. La principale alternativa sta nel fare come se questo carico non fosse quello che percepiamo di fatto che sia, rifugiandoci in una visione dell’uomo teologica e superata. In quest’ultima l’uomo non dà forma alla sua vita e al mondo intorno a lui ma vive controllato dal suo destino in un mondo creato da esseri superiori. Questo può portare logicamente ad invocare la mancanza di responsabilità di fronte a quelle che sembrano incomprensibili problemi e difficoltà. Eppure se gli uomini non si assumono sempre maggiore responsabilità per le proprie azioni individuali così come collettive, sembra improbabile che qualche potere o essere superiore si assuma questa responsabilità e porti questo carico al posto loro. D’altra parte sembra che oggi non sia proprio un buon momento nella storia dell’uomo per nascondere la questione della responsabilità per le proprie azioni dietro la cortina di una concezione della malattia mentale capace di spiegare tutto.

CONCLUSIONI

Ho cercato di mostrare che il concetto di malattia mentale è sopravvissuta a qualunque utilità possa aver avuto e che ora funziona solo come una comoda leggenda. Come tale è la vera eredità dei miti religiosi in genere e della credenza nelle streghe in particolare; il ruolo di questo sistema di credenze era di agire come tranquillante, incoraggiando così la speranza che il controllo di alcuni problemi specifici potesse essere conseguito per mezzo di operazioni sostitutive (simbolico-magiche). La nozione di malattia mentale in questo modo serve principalmente a nascondere la constatazione quotidiana del fatto che per molte persone la vita è una continua lotta, non per la sopravvivenza biologica, ma per un “posto al sole”, la “pace della mente”, o qualche altro valore umano. Agli uomini consapevoli di se stessi e del loro mondo, una volta che il bisogno di preservare il loro corpo (e forse la razza) sia più o meno soddisfatto, nasce il problema di cosa fare di se stessi. Una fede continua nella leggenda della malattia mentale permette loro di evitare di affrontare il problema, pensando che la salute mentale – concepita come assenza di malattia mentale – assicura automaticamente di fare scelte giuste e sicure nella propria condotta di vita. Ma le cose funzionano in un altro modo. E’ il fatto di fare buone scelte nella vita che agli altri, retrospettivamente, appare come salute mentale! Il mito della salute mentale ci incoraggia per di più a credere nei suoi logici corollari: che le relazioni umane saranno armoniose, soddisfacenti e una base sicura per una “buona vita” dove non intervenga l’influenza distruttiva della malattia mentale o “psicopatologia”. Il potenziale per la felicità umana universale, almeno in questa forma, mi sembra essere un altro esempio del tipo di fantasia Speravo-fosse-vero. Io [*] credo che la felicità umana o il ben-essere sia possibile in un grado fino ad ora inimmaginabile, e non solo per pochi fortunati. Ma questo scopo può essere raggiunto solo al prezzo che ci siano molti uomini, non solo alcuni, che vogliano e siano capaci di affrontare i loro conflitti personali, etici e sociali. Ciò significa avere il coraggio e l’integrità di rinunciare a farsi la guerra su falsi, trovando soluzioni per sostituire i problemi – per esempio combattere la battaglia contro l’acdità di stomaco e la fatica cronica piuttosto che affrontare il proprio conflitto di coppia.
I nostri avversari non sono demoni, streghe, il destino o la malattia mentale. Non abbiamo nemici che possiamo combattere, esorcizzare o far sparire con una “medicina”. Ciò che abbiamo sono problemi nel vivere, che essi siano biologici, economici, politici, o socio-psicologici. In questo articolo mi sono occupato solo dei problemi che appartengono a quest’ultima categoria e tra questi principalmente quelli relativi ai valori morali. Il campo di cui si occupa la psichiatria oggi è vasto e non ho nemmeno provato ad abbracciarlo tutto. Il mio ragionamento era limitato a suggerire che la malattia mentale è una leggenda la cui funzione è di dissimulare, rendendola così più accettabile, l’amara pillola del conflitto morale nelle relazioni umane.

Bibliografia

HOLLINGSHEAD, A. B., & REDLICB, F. C. Social class and mental illness.  New York: Wiley, 1958.

JONES, E. The life and work of Sigmund Freud. Vol. III. New York: Basic Books, 1957.

LANCER, S. R.  Philosophy in a new hey.  New York: Mentor Books, 1953.

PETERS, R. S. The concept of motivation. London: Routledge & Kegan Paul, 1958.

SZASZ, T. S. Malingering: “Diagnosis” or social condemnation?  AMA Arch Neurol. Psychiat., 1956, 76, 432-443.

SZASZ, T. S. Pain and pleasure: A study of bodily-feelings. New York: Basic Books, 1957. (a)

SZASZ, T. S.  The problem of psychiatric nosology: A contribution to a situational analysis of psychiatric operations.  Amer. J. Psychiat, 1957, 114, 405-413. (b)

SZASZ, T. S.  On the theory of psychoanalytic treatment. Int. JPsycho-Anal., 1957, 38, 166-182. (c)

SZASZ, T. S.   Psychiatry, ethics  and the  criminal law. Columbia law Rev., 1958, 58, 183-198.

SZASZ, T. S.  Moral conflict and psychiatry,  Yale Rev., 1959, in press.

 


Footnote

[1] Freud è arrivato a dire: “Considero l’etica data per assodata. In realtà non ho mai fatto nulla di cattivo” (Jones, 1957, p. 247).  Questa è davvero una cosa strana per essere detta da un uomo come Freud che ha studiato tutta la vita gli uomini come esseri socialiLo riporto qui per mostrare come il concetto di “malattia” (nel caso della psicoanalisi “psicopatologia” o “malattia mentale”) è stato usato da Freud – e dalla maggior parte dei suoi allievi – come mezzo per classificare certe forme di comportamento come pertinenti al sapere medico, e perciò· (con un così sia) estraneo da quello dell’etica![*] Nota dell’editore: Nell’originale di American Psychologist la parola “non” appare a questo punto. Il Dr. Szasz mi ha però informato che è un errore di stampa che ha corretto nelle ristampe, per esempio., in Ideology and Insanity” (personal communication, 2002).

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