Il cervello cambia con l’esperienza della maternità o paternità

Il cervello cambia con l'esperienza della maternità o parternità
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Come funziona il cervello dei padri. Che l’esperienza della maternità modifichi il cervello delle donne è ormai cosa risaputa. Di studi sul tema ne esistono molti, basta pensare a quello di cui si era tanto parlato lo scorso anno, svolto dall’Univeristà autonoma di Barcellona e pubblicato sulla rivista Nature Neuroscience. Qual era il succo della ricerca? Sostanzialmemte che la gravidanza e il parto provocano variazioni fisiche nella materia grigia delle neomamme, così notevoli che un computer è in grado, attraverso la sola immagine di un cervello, di capire se una donna è o non è stata incinta.

Che la maternità abbia delle conseguenze neurologiche – dicevo – è ormai noto. Quello di cui, invece, si parla meno è il modo in cui la paternità, intesa come l’esperienza di veder crescere il proprio figlio, sia in grado di modificare anche il cervello maschile. Questo – va detto – riguarda sia gli uomini che diventano padri all’interno di una relazione eterosessuale, sia quelli che diventano genitori in una relazione omosessuale.

Un primo importante studio sul tema è stato svolto nel 2014 da un team di ricercatori della Bar-Ilan University. Con il supporto della risonanza magnetica sono state osservate immagini del cervello di 16 padri, subito dopo la nascita dei loro figli e, poi, ancora, dopo 2 e 4 mesi. Si è così scoperto che l’esperienza genitoriale, nonostante l’assenza del parto e della gestazione, modifica tanto il cervello femminile quanto quello maschile. L’unica differenza sta nei tempi. Il cervello di un padre si modifica dopo quello della madre, ma le aree che interessano questo cambiamento sono le stesse. In particolare, già durante la seconda risonanza magnetica, quella effettuata a 2 mesi dalla nascita del bambino, si nota un’espansione della materia grigia nelle aree del cervello considerate importanti sia per reagire al pianto dei bambini, sia per stabilire legami emotivi forti. Sto parlando cioè dello striato, dell’amigdala e dell’ipotalamo. Non solo, ma è stata osservata anche una crescita della corteccia laterale pre-frontale, la cui attività è associata a processi decisionali anche molto complicati. Insomma, tutto sta a indicare che la materia grigia dei padri si modifica a favore della cura dei figli.

“Tutto” qui? Non proprio. Nell’arco di uno studio successivo, sempre relativo al cervello dei padri, si è notato che l’attivazione di certe aree a discapito di altre, è legata al sesso dei figli. Alla nascita di figlie femmine corrisponde cioè una certo cambiamento della materia grigia, a quella dei figli maschi un altro. Si tratta della constatazione neurologica di una differenza di comportamento che notiamo a occhio nudo più o meno ogni giorno.

Gli scienziati della Emory Univeristy hanno quindi deciso a loro volta di approfondire questo aspetto studiandolo da vicino. Lo studio, però, non è stato svolto in laboratorio, perché l’ambiente artificiale avrebbe rischiato di limitare la spontaneità del rapporto tra padri e figli. È stato invece svolto in un ambiente reale, vale a dire che le interazioni dei 52 padri volontari con i loro figli – 30 femmine e 22 maschi, di età compresa tra uno e tre anni – sono state registrate per 48 ore tramite dei piccoli computer attaccati alle loro cinture. Dalle registrazioni si è notato che i papà delle bambine hanno passato più tempo dei padri dei maschi (cinque volte tanto) a cantare con le loro figlie. Si sono mostrati anche molto più propensi a parlare delle loro emozioni, delle loro fragilità e a utilizzare un linguaggio che le implicasse. Diversamente i padri dei maschi hanno proposto spesso giochi di lotta e hanno utilizzato di frequente parole come “vincere”, “campione” o “migliore.”

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Il cervello paterno si modifica cioè a partire dal presupposto che maschi e femmine abbiano esigenze e bisogni diversi. Sappiamo bene, però, che questo presupposto altro non è che uno stereotipo sociale, che continua a esistere proprio perché siamo noi i primi – spesso anche inconsapevolmente – ad affermarlo. Questa ricerca dimostra cioè che i condizionamenti sociali esterni sono così forti e potenti da incidere sui cambiamenti del nostro cervello e, poi, solo in un secondo momento, anche sui nostri comportamenti.

E poi, ci dice anche un’altra cosa importante: che se vogliamo sradicare certi luoghi comuni dobbiamo proprio partire dal punto di giuntura degli anelli di queste catene, che è appunto la genitorialità. Dobbiamo impegnarci al massimo per riuscire a identificarli, a essere consapevoli quando ci riguardano da vicino, a opporre resistenza per sconfiggerli.

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