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Diventare hacker è un ideale ma c’è chi lo diventa per fini di lucro

Diventare hacker è un ideale ma c'è chi lo diventa per fini di lucro
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“Non soldi, ma ideali e curiosità”. Ecco perché si diventa hacker. Una ricerca della National Crime Agency britannica sfata il mito che li dipinge tutti come dei malintenzionati che sfruttano le capacità informatiche per guadagnare. E ne svela un profilo differente. “Chi lo fa per fini di lucro è semplicemente un criminale”.

Si pensa spesso agli hacker come a dei malintenzionati senza scrupoli che sfruttano le loro capacità informatiche per fare soldi, quando invece sarebbe più corretto chiamare quest’ultimi cracker o – semplicemente – criminali. Perché ciò che avvicina i più giovani a questo mondo non è il denaro, ma curiosità e motivazioni etiche. Sono queste le ragioni che li spingono a sviluppare capacità che indirizzate nel modo giusto aprirebbero ai ragazzi grandi opportunità. Lo sostiene una ricerca condotta dalla National Crime Agency britannica che sfata definitivamente il cliché degli hacker “cattivi”, fornendo un quadro diverso.

Secondo il report dell’agenzia per la lotta al crimine del Regno Unito, infatti, a spingere i ragazzi a diventare hacker non sarebbe la possibilità di guadagnare tanto. La remunerazione non è affatto considerata una priorità. Trascinante è, invece, l’opportunità di mettersi alla prova, di testare le proprie capacità e vederle riconosciute da un gruppo di amici altrettanto appassionati alla tecnologia, nonché di sfidare il sistema politico. Il documento è stato redatto intervistando giovani dai 12 anni in su accusati di aver commesso crimini informatici dal 2013 al 2016. Tra loro c’è, per esempio, James (nome di fantasia) che ha cominciato perché interessato a risolvere qualsiasi problema tecnologico. O John che per il piacere di sfidare gli amici ha passato ore e ore sui forum online, tentando di affinare le proprie tecniche.
Le competenze iniziali necessarie per entrare a far parte del giro sembrano essere molto basse, oggi “più che mai” dato che gli strumenti per le attività basilari sono ormai facilmente a disposizione di tutti sul web, sostiene il rapporto della National Crime Agency. Inoltre, il primo approccio avviene molto presto: il 61 per cento degli hacker lo diventa prima dei 16 anni. Si tratta di ragazzi che hanno scarse probabilità di commettere altri tipi di illeciti e considerano l’hacking come una sorta di “crociata morale”, spiega al Guardian Paul Hoare, che ha guidato la ricerca. Insomma, l’opposto dei malintenzionati.
“La parola hacker, ormai, è diventata sinonimo di cattivo e di vandalo digitale”, racconta Corrado Giustozzi, uno dei primi hacker italiani. “In realtà un hacker non è mai stato tutto ciò. È un curioso che smonta l’orologio e poi lo rimette a posto”. Anche lui ha iniziato “a smanettare” sulla rete per capire il funzionamento della tecnologia e agli esordi ha “bucato” Italgiure-Find – il sistema di gestione documentale del centro elettronico di documentazione (CED) della Corte Suprema di Cassazione – appena messo online. Era il 1985. “Oggi l’etica di allora forse si è un po’ persa – dice Giustozzi – ma sicuramente chi inizia lo fa per le stesse ragioni: passione e curiosità. Negli anni si è troppo abusato del termine hacker. Chi lo fa solo per fini di lucro, o per far danni, andrebbe definito per quello che è: semplicemente un criminale”.
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