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Disturbo borderline della personalità, la guarigione inizia in famiglia

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Sta per partire al Centro San Giovanni di Dio Fatebenefratelli di Brescia un progetto della durata di un anno che coinvolgerà i familiari dei pazienti con Dbp. Il tassello mancante di un percorso terapeutico di approccio olistico da anni già intrapreso dall’istituto.

Coinvolgere nel percorso psicoterapeutico le famiglie dei pazienti con Disturbo borderline della personalità (Dbp) per accompagnare verso la guarigione non solo il paziente ma anche chi vive con lui la quotidianità della patologia. Questo approccio integrato è l’obiettivo di un progetto che partirà nei prossimi mesi all’Irccs (Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico) Centro San Giovanni di Dio Fatebenefratelli di Brescia, grazie a un finanziamento della Fondazione Comunità Bresciana, e che coinvolgerà i familiari di persone con Dbp seguite dal Fatebenefratelli o provenienti dal territorio.

Questo progetto si inserisce come tassello mancante di un percorso terapeutico di approccio olistico da anni già intrapreso dal centro San Giovanni di Dio che ha avviato un clinical trial quasi unico al mondo che mira a valutare non solo gli effetti della psicoterapia metacognitiva interpersonale ma anche i correlati clinici e neurobiologici della risposta al trattamento psicoterapeutico.
L’importanza della famiglia nella terapia. “L’approccio familiare per noi è fondamentale nella cura del malato sia che si tratti di una malattia mentale che fisica” spiega Fra’ Marco Fabello, direttore generale del San Giovanni di Dio Fatebenefratelli. “Purtroppo spesso la famiglia viene coinvolta per un utilizzo strumentale, cioè finalizzato alla contingenza della malattia, invece la presenza dei familiari dovrebbe essere costante. Purtroppo non tutte le famiglie sono disponibili a essere coinvolte, spesso per problemi economici o logistici. Non bisogna dimenticare inoltre che spesso anche i familiari soffrono di disturbi psichici e non sono quindi capaci di essere di aiuto al paziente”.

Il progetto. Il progetto durerà un anno e saranno coinvolte una quarantina di famiglie che seguiranno un percorso distinto dal paziente, già seguito dal Fatebenefratelli, ma integrato allo stesso tempo. Sono previsti per ogni famiglia 12 incontri nell’arco di tre mesi. “L’obiettivo è creare una rete di famiglie che condividano le problematiche che si creano in un nucleo con una persona con Dbp, una rete che per ora manca, a differenza di altre patologie” spiega Roberta Rossi, psicologa e psicoterapeuta coordinatrice del programma del Fatebenefratelli di Brescia. “Infatti i familiari (figli, partner, fratelli, genitori che siano) saranno seguiti tramite il programma Family Connections, sviluppato dalla National educational alliance. E questi tre mesi saranno una sorta di palestra in cui i familiari impareranno la tolleranza allo stress e alla sofferenza di avere a che fare con una persona estremamente sensibile alle critiche, che cambia umore per un nonnulla, che quindi ha delle difficoltà a mantenere delle relazioni di qualsiasi tipo. Impareranno a creare un ambiente in cui si accettano e si dà valore all’esperienza emotiva”.

Il limite dei costi: in Italia pochi esempi virtuosi. Si tratta di un progetto unico nel suo genere in Italia, dove sono ancora pochi gli esempi di lavoro sulle famiglie. Uno tra questi è l’Ausl di Fano, dove la psichiatra Maria Elena Ridolfi da anni lavora con le famiglie dei pazienti con Dbp. “Si tratta di eccezioni virtuose” continua la Rossi. “Rispetto a venti anni fa sono stati fatti grandi passi avanti ma il problema è che a livello territoriale i trattamenti di psicoterapia sono poco erogati, per via dei costi, ma purtroppo il paziente con Dbp può essere curato solo con la psicoterapia”.

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