Dal DNA l’immagine della persona che abbiamo

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Davvero si può indovinare il volto di una persona a partire dal suo DNA? Un controverso studio firmato dal biologo-imprenditore Craig Venter afferma che è possibile predire i lineamenti di una persona a partire dai suoi dati genetici. Secondo l’autore, un “pericolo per la privacy”: ma è forte il sospetto di un conflitto di interessi…

Uno studio fa luce sulle “guerre di posizione” che si consumano attorno ai nostri dati genetici.|SHUTTERSTOCK
Un articolo scientifico pubblicato il 5 settembre su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), afferma che un sistema di Intelligenza Artificiale opportunamente formato sarebbe in grado di riconoscere il volto di una persona a partire dal suo DNA.

Lo studio ha suscitato molte critiche tra biologi e genetisti, che ritengono le conclusioni eccessivamente allarmiste e legate a interessi personali.

A schierarsi contro l’autore – lo scienziato e imprenditore statunitense Craig Venter, noto per la corsa al sequenziamento del genoma umano e per la creazione della prima cellula sintetica – sono uno dei co-autori dell’articolo e due dei revisori che l’avevano rigettato in prima battuta.

Ecco com’è andata tutta la vicenda.

LO STUDIO. Venter e i colleghi della Human Longevity Inc. (HLI, un’azienda privata con sede a San Diego, California, che sta cercando di ottenere il più grande database del genoma umano) hanno sequenziato il DNA di 1.061 persone di etnie ed età diverse, delle quali hanno ottenuto anche fotografie 3D ad alta definizione.

Usando sistemi di intelligenza artificiale, gli scienziati hanno cercato di individuare le piccole variazioni nelle sequenze di DNA, chiamate polimorfismi a singolo nucleotide (SNP) associate a specifiche caratteristiche del volto (per esempio l’altezza dello zigomo), ma anche a statura, peso, età, caratteristiche vocali e colore della pelle. Con queste informazioni, conclude l’articolo, il sistema è in grado di riconoscere positivamente la foto del possessore di quel DNA tra 10 altre foto, nel 74% dei casi.

È quindi necessario, auspica la Human Longevity Inc., che chi è in possesso di dati genetici – e in particolare gli scienziati che contribuiscono a pubblici database – li protegga alla stregua di dati sensibili, per non mettere la privacy degli utenti a rischio.

LE CRITICHE: CONFLITTO DI INTERESSE E CONCLUSIONI ECCESSIVE. E qui alcuni scienziati hanno iniziato a sentire puzza di bruciato: la HLI è una compagnia privata a scopo di lucro, e avrebbe dunque tutto l’interesse a scoraggiare i grandi database “aperti” sul genoma umano.

Per altri genetisti che hanno studiato l’articolo, le conclusioni a cui giunge Venter sono gonfiate, perché non dimostra affatto che si possa risalire alle fattezze di una persona a partire dal suo DNA. Per Mark Shriver, antropologo della Pennsylvania State University, se si considera un gruppo random di 10 persone, conoscere età, sesso ed etnia di un soggetto è sufficiente per escludere la maggior parte degli altri individui, e identificarlo con una buona dose di precisione.

Un'altra creazione di Venter: il batterio sintetico con il numero minimo di geni. | MARK ELLISMAN/NATIONAL CENTER FOR IMAGING AND MICROSCOPY RESEARCH
Un’altra creazione di Venter: il batterio sintetico con il numero minimo di geni. | MARK ELLISMAN/NATIONAL CENTER FOR IMAGING AND MICROSCOPY RESEARCH
Yaniv Erlich, biologo computazionale della Columbia University, si è spinto oltre e in un articolo pubblicato il 6 settembre su bioRxiv ha dimostrato che sesso, età ed etnia bastano a identificare un individuo su 10 nell’archivio della HLI nel 75% dei casi (anche senza sapere nulla del suo DNA).

Prima che l’articolo di Venter uscisse su PNAS, Shriver ed Erlich hanno fatto da revisori del paper per la rivista Science, che viste le loro correzioni ha deciso di non pubblicarlo.

LE VOCI CONTRO. Secondo gli scienziati l’articolo parte da dati solidi e ha il merito di dimostrare che è possibile stimare l’età di una persona dalla lunghezza dei suoi cromosomi, ma le conclusioni a cui arriva sono sbagliate e non c’entrano con le premesse iniziali. Anche Jason Piper, biologo computazionale della Apple di Singapore, tra gli autori del lavoro, è ora fortemente critico con la pubblicazione, e accusa la HLI di aver forzato l’interpretazione dei dati da lui forniti.

BUONA LA SECONDA. Dopo essere stato rigettato da Science, Venter ha presentato il paper a PNAS, avvalendosi della facoltà di scegliere tutti e tre i revisori. Si tratta di un privilegio riservato da PNAS ai membri dell’Accademia Nazionale delle Scienze americana, mentre gli altri giornali scientifici, in genere, permettono di suggerire il nome di un solo revisore (e spetta poi all’editor, che coordina il processo, la scelta definitiva).

Venter – che è un membro dell’Accademia delle Scienze – ha “scelto” un esperto di bioetica e due di privacy informatica, e l’articolo è stato pubblicato.

La HLI ha fatto sapere che sta lavorando per rispondere alle critiche al suo lavoro.

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