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Cina, niente videogiochi ai minorenni da mezzanotte alle otto

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Per fronteggiare il fenomeno delle dipendenze scatta il blocco nei confronti dei più giovani in un paese che è il primo al mondo per consumo di videogame. E dove un giocatore su quattro è minore. Ma le strade per aggirare il divieto sono già tracciate.

All’Internet Café di Chen Jia Lin, scavato nella fila continua di casematte parallele ai binari del metrò rialzato di Sihui, i ragazzini che smanettano sugli scassatissimi pc neppure sanno dell’ultimo bando che il governo sta per mettere sulla testa dei cinesi: il divieto di giocherellare online dopo la mezzanotte. Per la verità il Cafè di Chen jia Lin sembra più una ridotta perduta nel tempo che l’avamposto della Cina supertecno di Tencent, Alibaba, Suning e Huawei. E probabilmente dalla politica di un altro tempo, ma qui decisamente attuale, arriva il bando per questi ragazzi costretti a mettere giù il mouse alla mezzanotte di ogni sera in punto per riaccendere il computer solo alle otto del mattino dopo.

Certo, ci sarebbe sempre quel particolare mica piccolo: un giocatore su 4 minorenne. Che fare? Se il bando può anche far sorridere, il wangyin, cioè la dipendenza da internet, in Cina è una faccenda maledettamente seria, malgrado in America l’Associazione nazionale di psichiatria consigli “ulteriori studi e ricerche” prima di includerla nella categoria dei disordini mentali. Ma un conto è la teoria dei manuali, un altro le preoccupazioni concrete dei genitori. Prendete il racconto che fa a Repubblica una mamma come Zhao Mei, 44 anni, impiegata in una compagnia giapponese qui a Pechino. Suo figlio, Xue Mingrun, 15 anni, e già al liceo, e per fortuna di questi problemi a casa non ce ne sono stati. “Però credo che molti genitori saranno favorevoli al provvedimento”, dice la signora Xhao: “Qui si tratta di proteggere la sanità mentale ma anche fisica dei nostri figli, e anche di dare una mano a noi genitori”. Altro che invasione dello Stato nel privato, come diremmo noi. “Piuttosto, dovevano intervenire prima, viste tutte le storie terribili di ragazzi in difficoltà per questa dipendenza: suicidi, malattie mentali”.

Eccola dunque l’origine di quelle cliniche per disintossicazione tristemente famose, a volte diventate veri e propri campi di concentramento: come quella retto dal dottore militare Tao Ren, che stima addirittura in 24 milioni i cinesi, grandi e piccoli, drogati di videogiochi. Il problema è che non tutte le strutture cliniche sono professionali come quella del dottor Tao, che pure non disdegna scansione del cervello e medicamenti vari per liberare i ragazzi dall'”eroina digitale”, tant’è che il governo ha dovuto mettere per iscritto il divieto di usare, bontà sua, l’elettroshock. Esperienze tragiche, parallele a quelle dei ragazzi perduti evocati dalla signora Zhao, e che in alcuni casi hanno portato perfino alla morte. Una realtà drammatica che il fotografo italiano Lorenzo Maccotta ha raccontato in un bellissimo reportage “da embedded”, facendosi ricoverare come malato, rilanciato anche dalla Cnn.

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